lunedì 2 ottobre 2017

LE UNITÁ PASTORALI NON DEVONO FARCI PAURA, MA...







La Chiesa di Reggio Emilia e Guastalla ha fatto una scelta. Non è di oggi, lo sappiamo bene, che si parla di Unità Pastorali. Una scelta coraggiosa che, tra l’altro, ha trovato il seguito in altre Diocesi vicine alla nostra. Come battezzato, missionario e membro della Chiesa di Reggio m’interrogo sul significato di una tale scelta. Non entro nei meriti teologici e dottrinali (non saprei neanche dove andare a pescarli), ne in discorsi pastorali. Vorrei riflettere alla luce della Scrittura e provare a pensare se il modello delle Unità Pastorali è proprio quello che ci vuole per una Chiesa “in uscita” come la pensa il vescovo di Roma Francesco.
Il punto di riferimento quando si parla del vivere insieme come fedeli, per me rimane sempre quello che ci viene trasmesso dalle pagine di At 2,42-48 e At 4,32-35. È vero che col trascorrere del tempo le situazione si sono fatte più complesse, sono entrati in gioco fattori politici, economici e sociali che hanno reso necessaria la creazione del modello “Parrocchia” che, nel bene e nel male ha retto fino ai giorni nostri. La riduzione del clero locale, per me non può essere il vero motivo. Se però intraprendo questa strada il discorso diventa molto lungo, stancante e poco utile. Mi soffermo, allora, sulla scelta della nostra Chiesa. Cosa sono le Unità Pastorali? La domanda per gli addetti ai lavori è alquanto semplice e banale. Ma per la gente che si è trovata a fare  i conti con una struttura che, per ora, non ha niente di nuovo con quella della Parrocchia se non le dimensioni, ma che punta a sostituire poco alla volta la stessa Parrocchia, la risposta è piena di ma, però, perché e, forse......Il documento del settembre del 2015 - Orientamenti diocesani per le Unità pastorali – le definisce così: “All’interno della Chiesa diocesana, l’UP è la comunità cristiana che prende forma in un determinato territorio, fisicamente non troppo ampio e socialmente significativo, in cui cioè la vita quotidiana dei fedeli nelle sue dimensioni fondamentali (quali ad esempio la residenza, i servizi al cittadino, l’identità culturale…) si sviluppa; essa è costituita dalle diverse comunità locali che abitano il territorio, stabilmente congiunte tra loro nel vincolo della comunione ecclesiale; la cura pastorale unitaria, affidata a uno o più presbiteri, è a servizio dell’evangelizzazione attraverso un progetto pastorale unitario, di cui responsabile è l’intero gruppo dei fedeli, articolato nelle diverse comunità locali e guidato dal presbitero/i.” (Vedi: http://www.diocesi.re.it/wp-content/uploads/2015/10/Orientamentiper-le-unita-pastorali1.pdf).
Circolano “sotto il campanile” visioni diverse, impressioni strane di questo nuovo modo di organizzare la vita delle Comunità. Il Parrocchione, ho sentito chiamarlo più volte. Un insieme di più parrocchie ma con le stesse modalità di vita di una parrocchia: un prete responsabile (o coordinatore come volete voi) con degli aiutanti clerici; un Consiglio Pastorale, una Commissione Economica. Ci sono dubbi, punti oscuri, perplessità:
Un modello che è venuto dall’alto verso il basso: non si è fatto circolare abbastanza per essere interiorizzato dalla gente. Bello il documento che ho citato sopra, ma quanti lo hanno potuto leggere e quanti ci hanno riflettuto sopra.
Un aumento delle responsabilità per i cordinatori: non lo si vuole, ma alla fine lo si percepisce. Il coordinatore accumula maggiori impegni e mette alla prova la sua tenuta fisica e psichica.
La perdita delle tradizioni locali: la scomparsa dei Consigli Pastorali parrocchiali potrà portare a considerare meno gli aspetti locali e le esigenze delle comunità più piccole.
L’esigenza di coinvolgere e dare più incarichi ai laici: lo ritengo un punto necessario, ma qui non sviluppabile come argomento.
Bene! Si è fatto tardi. Le cose da dire e da pensare sarebbero veramente tante. Continuiamo a riflettere su questo nuovo modello iniziato dalla Chiesa di Reggio senza, però, dimenticarci che nella Chiesa delle origini al centro non c’erano le organizzazioni e i modelli, ma le persone. Per essere autentici spazi di vita cristiana le Unità Pastorali dovranno arrivare ad avere questo stile, a mettere al centro la persona. Se vinceranno questa sfida saranno un punto di riferimento per il cammino della Chiesa locale, se non la vinceranno dovremo ripensare ad un altro modello, magari nella forma opposta, non più dal piccolo al grande, ma dal piccolo al più piccolo ancora (Piccole Comunità.........).


A presto       

Miguel Calmon, 08 di ottobre 2017

Gianluca Guidetti     

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