giovedì 2 luglio 2026

RUY BARBOSA TRA FESTE E DELITTI

 



Ruy Barbosa 2/07/26

Ciao a tutti,                                                                                                                                                        siamo finalmente alla fine delle feste junine, una mistura di tradizioni culturali e feste religiose, dei santi che si celebrano in questo periodo; qui a Ruy Barbosa abbiamo avuto la trezena di Santo Antonio, patrono della città e della Diocesi; momento forte per la parrocchia che si è data da fare per potere celebrare con entusiasmo e allegria questo festegio tradizionale e molto sentito dalla gente. Il tema di quest’anno era la Chiesa, nei suoi vari aspetti, sinodale, santa, cattolica, apostolica, è mancato solo l’aspetto dell’essere chiesa povera tra i poveri, ma è un particolare quasi irrilevante…kkk.  Durante la trezena, il giorno della Dedicazione della Cattedrale, il 10 di giugno, sono stati ordinati due diaconi, che probabilmente diventeranno sacerdoti alla fine dell’anno, João Pedro, di Boa Vista de Tupim e Willar di Mundo Novo, motivo di allegria per questa chiesa locale che sta sempre più evidenziando un volto nordestino, baiano e sertanejo. Anche nella Casa della Carità abbiamo avuto momenti di festa, in modo particolare per san Giovanni, dove come tante famiglie, abbiamo acceso la fogueira e fatto un churrasco insieme ad amici e ospiti.        

     Queste feste hanno animato e scaldato il cuore di tante persone, qui nel nordeste, con canti, balli, forrò, quadrilhe, liquor, fogueiras nelle strade e l’allegria per come sta andando la Seleção nel percorso della Coppa del Mondo di calcio. 


Oltre alle bandierine messe nelle strade, davanti alle case e nelle piazze, ci sono anche tanti segni che richiamano ai colori della bandiera brasiliana, alcune strade sono state colorate di verde-oro, anche i marciapiedi hanno assunto un colore verde-oro e durante le partite della Seleção, tutto si ferma, anche le celebrazioni sono spostate o soppresse per potere assistere alla partita. 




Per noi italiani, ancora una volta esclusi da questa competizione, l’unica soddisfazione è che l’allenatore del Brasile è Ancellotti, italiano e reggiano; fino a quando vince, tutto bene, ma se dovesse essere eliminato, allora questa soddisfazione si trasformerà in tragedia e chi dovrà assumersi la responsabilità di una eventuale sconfitta sarà proprio lui. Ma passiamo adesso ad un’altra cosa che è successa proprio l’altro ieri, nel bairro Boa Vista, dove si trova la Casa della Carità: ecco quanto è successo. Secondo quanto riferito dal portale “Ruy Barbosa Notícias”,

Nella notte di martedì scorso (30/06/26), Wesley Alves dos Santos — noto a tutti come "Babidi" — è stato vittima di un agguato e ucciso a colpi d'arma da fuoco nel quartiere Manoel Antônio, vicino all'ingresso di Luiz de Véi, a Ruy Barbosa (periferia sud della città). Il crimine è stato compiuto da due uomini giunti a bordo di una motocicletta, i quali hanno aperto il fuoco. Wesley è stato trasportato d'urgenza all'ospedale locale, ma è deceduto a causa delle ferite riportate. La risposta delle forze dell'ordine è stata tempestiva. Nella mattinata di mercoledì (1/07), un'unità della CIPE Chapada (Compagnia Indipendente di Polizia Specializata, é una truppa di elite della Polizia Militare della Bahia), con il supporto della 2ª Compagnia dell'11º Battaglione della Polizia Militare (BPM), ha individuato due individui sospettati di essere direttamente coinvolti nell'omicidio di Wesley. Al loro arrivo sul posto, le squadre sono state accolte dal fuoco di tre individui. Secondo la polizia, i sospettati hanno opposto resistenza all'avvicinamento degli agenti, dando vita a un conflitto a fuoco. Durante lo scontro, i due uomini — successivamente identificati come Mateus e Alessandro detto "Boquinha" — sono stati colpiti da arma da fuoco; trasportati all'ospedale locale, sono poi deceduti. A seguito dell'intervento, gli agenti hanno sequestrato armi da fuoco, munizioni, ingenti quantità di sostanze riconducibili a cocaina e marijuana, nonché altro materiale collegato ad attività criminali. Tutto il materiale sequestrato è stato consegnato alla stazione di polizia territoriale di Ruy Barbosa per i provvedimenti di legge. 

Questo è il fatto, ma quello che sempre sorprende è che, al di là della colpevolezza o no, la Polizia ha il potere di intervenire e uccidere; saranno stati tre terribili delinquenti questi tre giovani? Avranno commesso dei reati gravi? Si, omicidio, (non provato che fossero stati loro) ma la Polizia non può usare questo metodo, cioè uccidere, simile a quello dei criminali. Ci si uccide per traffici di droga, per il traffico di persone, per mostrare la forza, ma non può essere lo stesso metodo che usa la Polizia. Dov’è la possibilità di un processo? Dov’è il tentativo di scoprire il motivo dell’agguato? Quali sono le condizioni che hanno spinto a fare questo? La polizia arriva, e uccide. Si dice nell’articolo che la Polizia è stata accolta dal fuoco dei tre individui; legittima difesa? Può essere, ma qui c’è un detto che dice così: “A mãe dá à luz uma criança, a avó cresce, a polícia a mata” (la mamma dà alla luce un figlio, la nonna lo cresce, la Polizia l’ammazza), duro, ma spesso è ciò che accade. E quello che mi stupisce sempre è che apparentemente si accetta questa situazione, si è quasi come rassegnati e impotenti, o, ancora peggio, indifferenti. Anche come chiesa non ci siamo mossi molto, stiamo a guardare, in silenzio e senza reazioni. Sono stato a benedire le salme, non c’era molta gente, ma sono rimasto sorpreso dal silenzio, dal modo come sono stati accompagnati al cimitero, senza nessun rumore, sussulto, una città muta. A volte mi sembra di essere in un film del Far West, dove lo sceriffo è il buono che risolve le situazioni con la rivoltella e il potere della stella, e gli altri sono i cattivi che devono essere eliminati per garantire la sicurezza della popolazione.

            Non voglio essere né giudice né colpevolizzare nessuno, ma questa situazione mi mette in forte confusione, mi destabilizza e mi fa pensare quanto siamo distanti dalla gente, quanto siamo fuori da situazioni che accadono molto vicino a noi; non che siamo noi a risolvere i problemi, ma mi chiedo: “quanto conosciamo la nostra nostra gente? Quanto riusciamo a capire e intendere quello che vivono?”. 

            Scusate lo sfogo, vi saluto e vorrei che, alla luce della Parola di Dio di questi giorni, possiamo combattere il male con il bene, praticare la giustizia e vivere in pace, facendo dei passi concreti di vicinanza, di incontro con chi spesso è dimenticato e sconosciuto. Um abraço fraterno, pe.Luis, irmão da Caridade e vosso irmão


venerdì 19 giugno 2026

Eucaristia e Idolatria

 




 

Luigi Gibellini

 

 

Ruy Barbosa, 5 de junho 26

S. Bonifácio, bispo e mártir 

 

            È terminata la solennità di Corpus Christi, e voltando a casa dopo la celebrazione in Cattedrale mi sono venuti dei pensieri strani e di rivolta, guardando come si usa l’Eucaristia, come si rischia di abusare del sacramento e del come si rende il sacramento simile all’idolo, al vitello d’oro,Tutto il popolo tolse i pendenti che ciascuno aveva agli orecchi e li portò ad Aronne. Egli li ricevette dalle loro mani e li fece fondere in una forma e ne ottenne un vitello di metallo fuso. Allora dissero: «Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto!» (Es. 32,3-4)  o come all’Arca dell’Alleanza che era ritenuta l’oggetto forte per sconfiggere gli avversari. “In quei giorni i Filistei si radunarono per combattere contro Israele. Allora Israele scese in campo a dar battaglia ai Filistei.   (...) «Perché ci ha percossi oggi il Signore di fronte ai Filistei? Andiamo a prenderci l'arca del Signore a Silo, perché venga in mezzo a noi e ci liberi dalle mani dei nostri nemici».  Il popolo mandò subito a Silo a prelevare l'arca del Dio degli eserciti che siede sui cherubini. (...)  I Filistei attaccarono battaglia, Israele fu sconfitto e ciascuno fu costretto a fuggire nella sua tenda. La strage fu molto grande: dalla parte d'Israele caddero tremila fanti.  In più l'arca di Dio fu presa e i due figli di Eli, Cofni e Pìncas, morirono.(1 Sam.4,1.3-4a.10-11)

            Il vitello d’oro diventa per gli Israeliti un modo per rendere visibile un Dio che li aveva liberati dall’Egitto ma che adesso non è più presente, non si vede; è scomparso anche Mosè che è il tramite tra Dio e il popolo; il popolo há bisogno di vedere, toccare, soddisfare i sensi, non bastano più le “Dieci Parole” date da Dio, non basta rispettare delle comandamenti, è necessario avere un contatto, poterlo possedere...di fronte a questa situazione, Dio manda di nuovo Mosè a riprendere il popolo dicendo: “Allora il Signore disse a Mosè: «Va, scendi, perché il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d'Egitto, si è pervertito” (Es. 32,7). Davanti alla situazione che si è creata, Dio avverte Mosè che sta succedendo qualcosa di insperato; la lontananza dal vero Dio provoca una ricerca di un ‘altro Dio’ che ci si costruisce con le proprie mani, con le cose che si hanno (orecchini e monili) e che si mettono insieme, come gesto di popolo unito, ma senza accorgersi che gli idoli da noi creati durano poco e sono un modo di disviare la nostra vita in una direzione più semplice e più facile da raggiungere. “Ecco il tuo Dio…” dice il popolo, ecco ciò che ci rappresenta, ecco ciò che va risolvere i nostri problemi, i nostri dubbi, le nostre paure…un dio che non parla, un dio che non ascolta, un dio che sembra potente ma che non riesce a comunicare, un dio sordo e muto. Ma sembra che il popolo voglia proprio questo, un dio che non dà problemi e che non crea problemi, che non chiede nulla e che è solo apparenza. Israele desidera un dio di questo tipo, che sia presente, ma che non interferisca nella vita.

            Nel testo di 1 Samuele, c’è un’altra modalità di abusare di Dio; pensare che l’Arca dell’Alleanza possa risolvere le guerre, i problemi e incutere timore negli altri; ma questo è molto pericoloso. Non si può usare Dio, non si può abusare della sua presenza, non si può pensare che Dio faccia quello che voglio io. Il popolo di Dio esperimenta questo. l’Arca dell’Alleanza non è un amuleto, non si usa per sconfiggere i nemici; l’insolenza degli ebrei non suscita in Dio l’aspetto sperato, anzi accade esattamente il contrario, gli ebrei sono sconfitti e l’Arca è presa dai Filistei.



            Ho cercato di vedere, attraverso il percorso del popolo di Israele, alcune prassi dove si manifesta una errata relazione con il sacro, con l’onnipotente, con il non visibile, ma riconosciuto come una potenza soprannaturale, che è Dio; un Dio che però non si lascia soggiogare dai nostri desideri o dalle nostre pretese.                                                                                                                                                  Questo mi sembra che possa avvenire anche con l’Eucaristia, ed in modo particolare con le Adorazioni Eucaristiche, che si tingono spesso di fanatismo, o di una forma inusuale di rapportarsi con il sacramento, che dovrebbe essere accolto e adorato, direi ancora di più, contemplato nel silenzio e nel rispetto. Voglio qui riportare un testo dell’omelia di San Giovanni XXIII nella canonizzazione di S. Martino di Porres che dice: “Avendo egli conosciuto che Cristo Gesù patì per noi e portò i nostri peccati nel suo corpo fin sul legno, percorse con particolare amore la via del crocifisso. E quando contemplava i suoi orribili tormenti, non poteva trattenersi dal piangere assai diffusamente. Amò pure con speciale affetto l’augustissimo sacramento dell’Eucaristia. Per questo, standosene in un luogo nascosto della chiesa, sostava per molte ore in adorazione dinanzi al tabernacolo. Dell’Eucaristia poi bramava nutrirsi con quanto più amore gli era possibile.”  Di fatto, Gesù dice ai suoi discepoli, mangiate e bevete, e se nella chiesa si è riconosciuto importante adorare il SS. Sacramento, che questo sia fatto con rispetto e attenzione; San Martino ‘sostava’, si fermava, guardava, contemplava, di nascosto, nel silenzio, per entrare in una relazione personale e singolare; non in forme eclatanti o eccentriche, ma di nascosto. Mi piace molto questo modo di porsi davanti al Signore, nel modo di piccoli, di coloro che si sentono inadeguati, ma capaci di riconoscere la grandezza dell’amore che si racchiude in quel piccolo pezzo di pane.



            Nel tempo attuale, mi sembra che questa logica si sia dimenticata, non attira più questo modo di porsi di fronte al sacramento, di accoglierlo come un momento personale di relazione e di ascolto, ma tutto si è trasformato in un momento dove chiediamo, cantiamo, tocchiamo, senza lasciare spazio a Colui che è presente in quel piccolo frammento di pane che ci richiama a una presenza reale di Lui, che ha desiderio di incontrarci e lasciarsi incontrare. Per questo che spesso mi sembra che questa modalità può diventare “idolatrica” come l’Arca dell’alleanza, o il vitello d’oro, usati per i propri interessi e abusati per quello che era invece, la modalità con la quale Dio voleva essere presente in mezzo al suo popolo. E una risposta che a volte mi viene data è che se si facesse in un modo differente, la gente non verrebbe; questo mi irrita ancora di più, perché sembra che le cose si facciano per attirare le persone, per avere gente, preoccupandosi di più dei numeri che dell’educare e dell’insegnare un modo giusto di porsi di fronte ella presenza di Dio. C’è bisogno della folla, dei numeri grandi, del chiedere una presenza significativa, senza però preoccuparsi del come si propongono le cose; mi viene in mente adesso, quando Gesù si propone come il ‘pane della vita’, e dove la gente, e anche i suoi, percepiscono che è un discorso duro e difficile da capire. E la risposta di Gesù è forte e provocatoria: “ Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno". Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao. Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: "Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?". Disse allora Gesù ai Dodici: "Forse anche voi volete andarvene?". Gli rispose Simon Pietro: "Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio" (Gv 6,58-60.67-69). Gesù non si preoccupa se ciò che sta dicendo è motivo di allontanamento della gente, e forse anche dei suoi apostoli, ma fa una proposta chiara e forte, senza avere la pretesa che la moltitudine che lo stava seguendo rimanesse accanto a lui. Non va alla ricerca dell’approvazione, del volere le moltitudini, del successo, ma chiede di credere, chiede di riconoscere in lui la novità del “pane” che disceso da cielo si presenta come vita donata e sacrificata. Questo fa paura, mette alla prova, perché poi, Gesù chiede agli apostoli di donare la vita e riconoscerlo, come fa Pietro, il luogo certo dove incontrare Dio (eucaristia, dove andremo…) e accoglierlo come colui che ha parole eterne, dove Lui stesso si rende Parola. 



            Poi, l’eucaristia non deve e non può essere vista come una cosa inaccessibile, tanto alta che diventa quasi una meta irraggiungibile; Papa Francesco nell’Evangeli Gaudium ci dice: L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma una generosa medicina e un alimento per i deboli.  Queste convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia. Di frequente ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa”. (n°47) Questo testo dove si parla di ‘medicina’ è preso da Sant’Ambrogio che diceva: “Devo riceverlo sempre, perché sempre perdoni i miei peccati. Se pecco continuamente, devo avere sempre una medicina» « Colui che mangiò la manna, morì; colui che mangia di questo corpo, otterrà il perdono dei suoi peccati” (De Sacramentis IV, VI, 28: PL 16, 464)  E San Cirillo di Alessandria: «Mi sono esaminato e mi sono riconosciuto indegno. A coloro che parlano così dico: e quando sarete degni? Quando vi presenterete allora davanti a Cristo? E se i vostri peccati vi impediscono di avvicinarvi e se non smettete mai di cadere - chi conosce i suoi delitti? dice il salmo - voi rimarrete senza prender parte della santificazione che vivifica per l’eternità̀? ». (Giov. Evang. IV, 2; PG 73, 584-585)

            Sono testi che ci aprono il cuore e che superano i limiti della nostra povertà e della nostra inadeguatezza; non si vuole sminuire il valore inestimabile del sacramento, ma mi sembra che questi santi ci aiutino ad aprire uno spazio che permetta di avere un’ottica grande verso la possibilità di nutrirsi e vivere. Chi è degno, o chi si sente degno? A volte, come sacerdote, mi sento molto indegno, per i miei limiti e i miei peccati, e dovrei astenermi dall’accostarmi all’eucaristia, ma nello stesso tempo mi sento accolto da quel Signore che non ha avuto paura e non ha giudicato i peccatori e i pubblicani, ma si è seduto con loro attorno alla mensa, e ha cenato con loro, senza chiedere a loro nessun cambiamento, ma facendoli sperimentare la misericordia, l’accoglienza e l’amore del figlio di Dio, che non è venuto solo per i giusti, ma per i peccatori e per chi ha bisogno di sentirsi amato e accolto e non essere giudicato e allontanato dalla mensa. (Mt 9,9-13)

            Spesso invece, ci limitiamo a rimanere soffocati dallo stato della persona, cioè non è sposato in chiesa (magari è accompagnato da 30 anni con una persona e ha 3 figli e il marito non vuole sposarsi…) o sta vivendo una relazione illegittima (di seconda unione…) o uno dei due appartiene ad un’altra religione e non vuole sposarsi; non entriamo nell’abito dell’omosessualità perché può diventare difficile da accogliere, però un altro campo dove non c’è possibilità di uscita al momento attuale. Tutte queste sono situazioni dove l’eucaristia è negata, non si può accedere al sacramento, e tanto più al sacramento della misericordia di Dio (Confessione), perché si è in un continuo stato di peccato. E si risolve la cosa dicendo che si può comunicare in modo spirituale…

            Ma io mi chiedo: “come può una persona vivere la propria fede se non si alimenta dell’eucaristia che ci permette di vivere eternamente?”.  Gesù ci dice che chi non mangia e non beve, muore, non ha la vita in sé, non può entrare nell’eternità. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo". (Gv 6,49-51) A volte diventiamo tanto legalisti e fissi sulla legge che ci dimentichiamo della persona, dell’uomo; Dio ci è venuto incontro inviando il Figlio, non per condannare ma perché tutti si sentano salvi attraverso di Lui; però continuiamo a mettere paletti, staccionate, reticolati che impediscono di avvicinarsi al sacro e alla vita.           

                                                                                   Concludo questa riflessione con l’aiuto di papa Francesco che dice: La Chiesa non può̀ fare a meno del polmone della preghiera, e mi rallegra immensamente che si moltiplichino in tutte le istituzioni ecclesiali i gruppi di preghiera, di intercessione, di lettura orante della Parola, le adorazioni perpetue dell’Eucaristia. Nello stesso tempo «si deve respingere la tentazione di una spiritualità̀ intimistica e individualistica, che mal si comporrebbe con le esigenze della carità̀, oltre che con la logica dell’Incarnazione». C’è il rischio che alcuni momenti di preghiera diventino una scusa per evitare di donare la vita nella missione, perché́ la privatizzazione dello stile di vita può̀ condurre i cristiani a rifugiarsi in qualche falsa spiritualità̀”. (EG 262) Papa Francesco ci richiama all’importanza della preghiera e dell’adorazione eucaristica, senza però correre il rischio che sia spiritualità intimista e staccata dalla missione e dal rifugiarsi in una falsa spiritualità.  

venerdì 5 giugno 2026

Una grande festa. La celebrazione dei Primi Voti di Isabela

 

Irmã Isabela


Don Luigi Ferrari

 

 

     Abbiamo partecipato: Sr. Marianna, Sr. Giovanna, Sr. Manuela, Sr. Nicoletta e don Luigi alla celebrazione dei Primi Voti di Isabela, un evento che ci ha unito alla chiesa di Ruy Barbosa, ai nostri missionari che sono là: Sr. Annamaria, Sr. Alessandra, don Gigi e due missionarie laiche Maria e Marinella. Un bel dono fatto alla Casa di Ruy Barbosa che, dopo aver celebrato i 30 anni dagli inizi, vede una ragazza di questa terra che è chiamata alla vita consacrata nella nostra famiglia. Siamo stati accolti dall’affetto caloroso del popolo brasiliano e dall’equipe missionaria reggiana. Immersi nel clima tropicali: con suoni, colori, cibi, in particolare frutti, profumi e odori tipici di questa terra. La bellezza anche degli ospiti della Casa che ci hanno allietato con la loro presenza: il grido di Nailton, la delicatezza di Marines, l’umore di Maurina, la giovinezza di Gea, la eleganza di Mateus, Gueu alla ricerca di luce, la luna della Luana, la parola di Walter, Il servizio instancabile di Agdo, Tais nella sua carrozza; Joice,  Nissiede, Lia, Elza con loro varie posture. I funzionari di Casa, una menzione particolare per Tita, la sua forza e dedizione; poi Ariane, Gilmara, Luciene e Ana-Lucia. Poi le donne dell’Arco-iris che vengono in particolare per le pulizie, e lavare i piatti.  Non sono mancati i giovani volontari della Casa che per l’occasione sono venuti a partecipare della festa.            


     

Abbiamo fatto un bell’incontro con il vescovo Dom Estevam che si è mostrato sensibile all’aspetto vocazionale della consacrazione e alle prospettive di cammino di Isabela. Alcuni di noi hanno visto il progetto Cafunè di Maria: seguire i ragazzi del Bairro Cruseiro do Sul e le loro famiglie; una presenza missionaria fatta di semplicità, cura e dedizione che cerca di sollevare dalla miseria e dalla povertà. Siamo stati a visitare e celebrare il Progetto Levanta-te e Anda, comunità di recupero dalla dipendenza; una bella comunità dove don Gigi va ogni settimana per accompagnare il cammino spirituale dei residenti. Abbiamo avuto la possibilità di visitare alcune persone, animatori di comunità, anziani. Siamo stati anche ad Alagoas dove ha vissuto Maria Milza una signora di fede e di carità; Mãenzinha (Piccola mamma) come era chiamata, pregava e guariva gli ammalati. È iniziato un processo di beatificazione, tanti i fedeli si affidano a lei nel bisogno. La domenica dell’Ascensione è stato il giorno della Consacrazione di Isabela che ha vissuto con emozione e immensa gioia la celebrazione; si è notato il volto raggiante di Isabela, come Mosè quando veniva dal colloquio con il Signore.  Irmã Isabela de Nossa Signora do Carmo come ricordino ci ha lasciato un piccolo boccettino di nardo, come la donna di Betania che cosparge di nardo i piedi di Gesù; mi è sembrato la chiamata ad essere profumo di Cristo nella sua vita offerta al Signore.



 C’è stata una bella partecipazione di popolo e anche dalla città di Macajuba, dove è nata e cresciuta Isabela, è arrivato una corriera di parenti e amici. Molti si sono fermati anche per il pranzo e la torta. Il giorno dopo abbiamo partecipato ad una camminata organizzata dalla Caritas per ricordare le vittime minorenni di abuso; i giovani delle scuole della città hanno inscenata una drammatizzazione per far capire come lottare contro l’abuso a favore della dignità di ogni persona. Abbiamo visitato la cattedrale, di recente restaurata e abbellita; dove sono sepolti i due vescovi missionari: Dom Mathias e Dom Andrè. Abbiamo celebrato con Pe. Mercio nella nuova parrocchia San Giuseppe Operaio e Aparecida: una occasione per incontrare e vedere come sta crescendo questa comunità che ho accompagnato negli inizi del cammino pastorale. Assieme all’equipe missionaria abbiamo fatto un incontro guardando i passi che siamo chiamati a fare nei prossimi mesi; ci sarà il Capitolo Generale della Famiglia delle Case della Carità. Come accompagnare Isabela nel cammino di consacrazione e vedere le prospettive future della nostra presenza missionaria in Brasile.

Dobbiamo ringraziare il Signore di questi giorni e aver potuto partecipare di questa grande Festa piena di calore e gioia contagiosa.

 

sabato 30 maggio 2026

Chiesa che annuncia il Vangelo e non che distribuisce sacramenti

 




Luigi Gibellini

 

 

E’ uno degli aspetti che sempre hanno attraversato il percorso della Chiesa lungo i secoli, dove spesso si pensava che l’azione evangelizzatrice era strettamente legata alla sacramentalizzazione, ai sacramenti dell’Iniziazione Cristiana (Battesimo-Comunione-Crisma) senza ricordarsi che l’invio fatto da Gesù ai discepoli, prima di salire al cielo, era legato strettamente all’annuncio del Vangelo, in tutte le direzioni. Il vangelo di marco si conclude con l’invio dei discepoli: “E disse loro: "Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato”(Mc 16,15-16) e si capisce bene che la priorità dell’invio è sull’annuncio, sul predicare il vangelo, sull’andare in tutto il mondo e proclamare la buona notizia ad ogni creatura, in qualsiasi luogo si incontra, in qualsiasi situazione sociale vive, senza scegliere, ma lasciarsi condurre dal desiderio di approssimarsi di tutti. E questo annuncio è gratuito, il vangelo non può diventare moneta di scambio, e anche i sacramenti non possono diventare motivo di lucro. Papa Francesco avverte dicendo: Lo so, alcune volte io ho visto, non qui a Roma, ma in un’altra parte, una lista di prezzi. Ma come i sacramenti si pagano? No, ma è un’offerta. Ma se vogliono dare un’offerta, che devono darla, che la mettano nella cassa delle offerte, di nascosto, che nessuno veda quanto dai. Anche oggi c’è questo pericolo: Ma dobbiamo mantenere la Chiesa. Sì, sì, sì, davvero. Che la mantengano i fedeli ma nella cassa delle offerte, non col listino prezzi. E questo succede anche oggi, mettendo in guardia dal pericolo che le nostre chiese divengano un mercato”. (Meditazione mattutina nella cappella di S. Marta ‘i sacramenti non hanno prezzo 9/11/2018)                                                                                                                            L’annuncio del vangelo há un’altra caratteristica fondamentale, che è la ‘Gratuità’, cioè si annuncia non per fare proseliti, ma con la gratuità con la quale anche noi abbiamo ricevuto la bellezza della bella notizia, e anche qui papa Francesco ci aiuta dicendo: "Gratuitamente ho ricevuto e gratuitamente devo dare". L'annuncio non parte da noi, ma dalla bellezza di ciò che abbiamo ricevuto gratuitamente, senza merito: incontrare Gesù, conoscerlo, scoprire che siamo amati e salvati.  È un dono così grande che non possiamo tenerlo per noi, sentiamo il bisogno di diffonderlo, ma con lo stesso stile, cioè liberamente. [...] Questo è il motivo dell'annuncio. Uscire e portare la gioia di ciò che abbiamo ricevuto.". "Cosa annunciare? Gesù dice: "Andate e annunciate che il regno dei cieli è vicino". È questo che bisogna dire, innanzitutto e sempre: Dio è vicino. Non dimentichiamolo mai. La vicinanza è una delle cose più importanti di Dio. Ci sono tre cose importanti: la vicinanza, la misericordia e la tenerezza". La modalità con la quale annunciare il Vangelo diventa fondamentale, e diventa credibile nel momento stesso che le parole si fondono con la vita, con la testimonianza, con l’attenzione all’altro; un buon predicatore del Vangelo non può essere solo un buon oratore, ma diventa indispensabile congiungere l’arte oratoria con la coerenza della vita. Continua papa Francesco: Come annunciare: con la nostra testimonianza". Questo è l'aspetto su cui Gesù elabora maggiormente: come annunciare, qual è il metodo, quale deve essere il linguaggio per annunciare. È significativo: ci dice che la forma, lo stile essenziale è nella testimonianza. La testimonianza non coinvolge solo la mente e il dire qualcosa, i concetti: no. Coinvolge tutto, mente, cuore, mani, tutto, i tre linguaggi della persona: il linguaggio del pensiero, il linguaggio dell'affetto, linguaggio dell'azione. (Catechesi 7/9/23)                                                                                                                                                       Nell’inizio del suo mandato, papa Francisco scrive l’Esortazione Apostolica “Evangelii Gaudium”, sulla spinta evangelizzatrice che deve avere la Chiesa odierna, nell’avere la consapevolezza di uscire dalle comodità per arrivare alle periferie; ma nel capitolo terzo, “L’ANNUNCIO DEL VANGELO” ci indica su che cosa è fondata l’evangelizzazione dicendo: Tutta l’evangelizzazione è fondata sulla Sacra Scrittura, ascoltata, meditata, vissuta, celebrata e testimoniata. La Sacra Scrittura è fonte dell’evangelizzazione. Pertanto, bisogna formarsi continuamente all’ascolto della Parola. La Chiesa non evangelizza se non si lascia continuamente evangelizzare. È indispensabile che la Parola di Dio « diventi sempre più il cuore di ogni attività̀ ecclesiale». e li rende capaci di un’autentica testimonianza evangelica nella vita quotidiana. Abbiamo ormai superato quella vecchia contrapposizione tra Parola e Sacramento. La Parola proclamata, viva ed efficace, prepara la recezione del Sacramento, e nel Sacramento tale Parola raggiunge la sua massima efficacia”. (EG 174)                                                                                                                                   Papa Francesco insiste sulla centralità della parola di Dio che è fonte dell’evangelizzazione; mi sembra che attualmente la “Parola” sia una delle cose dimenticate, direi quasi, abbandonate, si fa fatica capire dove è stata collocata, in che meandri sai stata messa, sotto quanta polvere sta riposando. L’appello di Francesco richiama alla Lettura Orante, dove la Parola deve essere ASCOLTATA, quindi trovare il tempo per mettersi all’ascolto, non dei tanti falsi profeti di oggi, ma della Parola che si fa Carne, che viene ad abitare tra noi; poi va MEDITATA, cioè farla scendere in profondità, lasciare macerare questa Parola in noi; poi questa parola deve essere VISSUTA, deve diventare visibile, se deve percepire che questa Parola trasforma la mia vita, deve diventare vita; poi Francesco continua con un verbo liturgico, deve essere CELEBRATA, deve trasformarsi in Liturgia, cioè azione sacra, ma ancora di più, deve essere un tempo continuo, che permane nel mio vivere e poi conclude con TESTIMONIATA, cioè diventare una parola vivente. Una Parola che ancora una volta deve parlare con gesti, con azioni, con una visibilità che rende ragione di ciò che crediamo.             Continuando, papa Francesco ci richiama a riconoscere che non soltanto dobbiamo essere annunciatori e portatori del vangelo alle persone che incontriamo sul nostro cammino, ma ci invita a riconoscerci come persone e come chiesa, coinvolte in una azione contraria, cioè non soltanto dobbiamo evangelizzare, ma dobbiamo essere evangelizzati, essere soggetti di evangelizzazione da parte delle categorie più povere, dai poveri stessi, che incarnano la presenza del vangelo in mezzo a noi. Per questo scrive: “Per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. Dio concede loro ‘la sua prima misericordia’. (...) Per questo desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro. La nuova evangelizzazione è un invito a riconoscere la forza salvifica delle loro esistenze e a porle al centro del cammino della Chiesa. Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro”. (EG 198)                                                                                              L’altra cosa fondamentale che deve sempre essere chiara e, ancora di più vissuta, è lo stretto legame tra Evangelizzare-Sacramenti-Comunità. Sono tre componenti che non possono essere slegati, non possono mancare nel processo di evangelizzazione e di sacramentalizzazione. Quello che accade troppo spesso nel percorso catechetico è che i sacramenti sono legati ai catechesi, ma non entrano nel percorso di vita comunitaria. Si vedono gruppi grandi di ragazzi e di adolescenti che partecipano dei momenti di formazione catechetica, ma poi pochissimi che vivono una vita di comunità attiva, c’è uno slegamento tra la formazione e la vita comunitaria, tanto che poi dopo aver ricevuto il sacramento spariscono dalla comunità, perché già da prima era così. Papa Francesco in una catechesi ci dice:  “I Sacramenti esprimono e realizzano un’effettiva e profonda comunione tra di noi, poiché in essi incontriamo Cristo Salvatore e, attraverso di Lui, i nostri fratelli nella fede. I Sacramenti non sono apparenze, non sono riti, ma sono la forza di Cristo; è Gesù Cristo presente nei Sacramenti. (...) Pertanto, se da un lato è la Chiesa che “fa” i Sacramenti, dall’altro sono i Sacramenti che “fanno” la Chiesa, la edificano, generando nuovi figli, aggregandoli al popolo santo di Dio, consolidando la loro appartenenza”. (UDIENZA GENERALE  6 novembre 2013) Papa Francesco afferma che i sacramenti esprimono una profonda comunione nella comunità, che non sono Riti, ma la forza di Cristo, e che i sacramenti fanno la Chiesa, la edificano, aggregandoli al popolo santo di Dio, che è la comunità cristiana. Se questo non avviene, manca un passaggio importante. È sempre un argomento delicato questo rapporto Comunità-Sacramenti, perché si rischia di chiudere o diventare i controllori e doganieri dei Doni di Dio, ma è altrettanto vero, che rischiamo di diventare un supermercato dove chi viene prende e poi se ne va, senza assumersi nessuna responsabilità e tanto meno, rischiare di non fare nessuna esperienza di encontro personale com Cristo.                                                                                                                                 E qui sorge una nuova domanda: “che tipo di comunità presentiamo alla gente?”. Siamo comunità attraente o che allontanano? Siamo comunità che manifestano l’amore fraterno o che disanimano? Siamo comunità che si lasciano guidare dall’amore e dall’ascolto della Parola o siamo imbibiti di un tradizionalismo che uccide e allontana, o forma cristiani con una fede superficiale? Sono domande che debbono avere delle risposte o per lo meno, che suscitino dei dubbi e delle preoccupazioni. Le prima comunità cristiane si riconoscevano non per la maglietta con su scritto ‘sono cattolico’, ma perché si amavano e manifestavano la presenza dello Spirito che formava profeti, maestri e apostoli. (At                                                                                                                                               Voglio mettere qui un sogno che è stato pensato, approfondito, gustato e scritto dopo un cammino fatto nelle parrocchie dove ho vissuto come parroco per 7 anni, e che ha dato un poco di impulso alla vita dei nostri animatori e collaboratori. Qui è scritto il sogno, che poi si è concretizzato in alcune azioni concrete fatte nelle varie comunità. Ed ecco la proposta: “Sogniamo una Comunità che parte ed attinge dalla Parola, ascoltata insieme nell’Eucarestia e celebrata nella vita; che abbia la capacità di sognare grande, perché il sogno non è illusione, ma è ciò che ci permette di superare il limite e  attraversare le soglie delle porte per entrare in relazione con l’esterno della Comunità. Una comunità che non ha paura dei piccoli numeri, non autoreferenziale, ma che sente il bisogno di tutti, arricchendosi del contributo di ciascuno.

  Sogniamo una Comunità missionaria, aperta e alimentata dalle relazioni; relazioni che devono superare i propri schemi, i propri confini, senza pregiudizi,

dando speranza e usando delicatezza. Una comunità capace di stare, di esserci, di accogliere, di esercitarsi nell’ospitalità.   

  Sogniamo una comunità scomoda, che abbia qualcosa da dire a tutti, che aiuti a superare i confini, che sappia visitare le periferie esistenziali e geografiche ed i luoghi dove allenarsi al servizio e all’incontro col povero.  Scomoda perché impara a fidarsi anche degli altri e non solo di sé stessa; scomoda perché apprende dal Vangelo, che è scomodo, la gioia di accogliere l’altro, di superare dei paradigmi vecchi, di affrontare il cambiamento e di fare sentire “comodi” tanti che per vari motivi si sono allontanati.

  Sogniamo una Comunità che sia simile alla “Bottega di Giuseppe”, dove nel silenzio possiamo raccontare le nostre confidenze; dove con pazienza possiamo costruire cose che non sono dettate dalla fretta o dalla produttività, ma dal bisogno di incontrarsi e di condividere la vita; dove possiamo sperimentare la gioia “pulita” dei poveri e dove la gioia sia la dinamica che costruisce relazioni”. (UP 60)

 

lunedì 6 aprile 2026

SETTIMANA SANTA A MACAJUBA-BAHIA (BRASILE)

 

Quartiere La Paz (Salvador)


Sábado Santo, 4 abril 2026

Macajuba

Luigi Gibellini 

Ciao a tutti,

stiamo vivendo il momento centrale della nostra fede, la settimana Santa, il triduo pasquale, la festa della Vita sulla Morte, della Luce sulle Tenebre, dell’Allegria sulla Tristezza, dell’Uscita sulla Staticità, della Speranza sul desespero, della voglia di Incontro contro la fatica del lasciarsi Incontrare, dell’andare nelle Galilee al rischio di rimanere chiusi per paura.

            Tutte queste contrapposizioni ci aiutano ad avere uno sguardo differente di fronte alla Risurrezione del Signore; è vero che abbiamo passato i giorni della sofferenza e della paura, del nostro fuggire di fronte al rischio di involversi con Gesù nel cammino della Croce, ma adesso la pietra del sepolcro si è aperta, è stata divelta, il tumulo si è trasformato, non in un luogo di morte, ma nel luogo dove noi possiamo, entrando, dire con Giovanni apostolo, “vide e credette”; vediamo il vuoto e crediamo nella vita.

            Nel vangelo di oggi, ci sono due passaggi interessanti, il primo è l’annuncio dell’angelo alle donne; sottolineo alle donne perché in tutti gli evangelisti la scelta dell’incontro con il risorto passa necessariamente attraverso le donne. Le donne sono sempre un passo avanti rispetto agli uomini, nella capacità di incontrare il motivo della nostra fede. Gesù fa una scelta, declina a chi presentarsi per primo, istituisce in questa scelta una priorità, direi che vuole insegnarci con anticipo quello che nella chiesa da sempre si dovrebbe vivere e testimoniare, cioè quella sinodalità che non è una parola che va di moda, ma che è ontologicamente il vero essere della Chiesa, Popolo di Dio a cammino, e non piramidale, ma una piramide rovesciata, dove il primato va al Popolo di Dio, e di conseguenza a tutte le forme e vocazioni che si incontrano nella Chiesa. Poi dice alle donne:  " Presto, andate a dire ai suoi discepoli: È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete". Ecco, io ve l'ho detto».          

Chiesa Massaranduba


            E’ un annuncio chiaro e forte, difatti la prima parola dell’angelo è “presto, andate” non perdete tempo, non state a cincischiare, muovetevi…e nello stesso tempo dice chi sono i destinatari di questo annuncio, i discepoli, impauriti e chiusi in casa per paura dei giudei; e qual è il motivo di questa fretta, della necessità che sia fatto con sollecitudine, “è risorto dai morti”, è la novità e la conferma di quanto Gesù già aveva detto con antecedenza; è interessante anche il fatto che indica il luogo dove lo vedranno, dove si presenterà, dove i discepoli lo potranno riconoscere. “Vi precede” è ancora una volta un modo di dire che Gesù sta avanti, si pone in questo atteggiamento, ci anticipa, si mette avanti. E la Galilea diventa il luogo dove tutto è cominciato, dove Lui hai chiamato i primi, dove Lui ha annunciato il vangelo, dove si è presentato alla gente come il Messia, e nello stesso tempo è il luogo periferico rispetto a Gerusalemme, il luogo non considerato dai lider religiosi del tempo come luogo importante. I discepoli devono fare il percorso a ritroso, dal centro al periferico, dal luogo considerato il centro della religiosità giudaica alla periferia dove hanno incontrato il Verbo che si è fatto carne e che ha voluto abitare in mezzo a noi. E’ la scelta della chiesa, del nuovo Popolo di Dio. Dove sono le ‘nostre Galilee oggi? Dove Gesù ci manda per poterlo incontrare oggi?. Se incontriamo queste Galilee, allora Lui si farà riconoscere e noi lo potremo vedere. (Vedi lettera di Quaresima, con il Lema “Ele veio a morar entro nòs”.

            Il dialogo con l’angelo termina “io ve l’ho detto”, crediate o no è accaduto questo. Lascia la libertà alle donne, di scegliere che cosa fare; avere il coraggio di andare a dire quello che hanno ascoltato, o rimanere in silenzio; o addirittura, come succede per le guardie, dire delle falsità, l’annuncio della risurrezione parte nella fragilità della umanità delle donne.  Ma per togliere questo dubbio, ancora una volta, è Gesù stesso che va incontro alle donne e all’umanità, dicendo: “Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno”. Gesù conferma quello che anticipatamente aveva detto l’angelo, aggiungendo “non temete”, che sottintende, non abbiate paura, fidatevi, riconoscetemi, e trasforma la parola ‘discepoli’ in ‘fratelli’ confermando ancora una volta come deve essere il rapporto dentro la comunità dei credenti, “e tra voi siete tutti fratelli” e dentro ad essi ci sta anche il Signore, che si definisce fratello. 

Massaranduba


            Voglio raccontarvi adesso alcune cose che sono accadute in questo ultimo mese di marzo; la prima è che, come tutti gli anni, a livello della Forania (sono i vicariati) abbiamo fatto i “Mutirão de Confissões” in tutte le Parrocchie. Cosa sono? Sono giornate di confessioni nelle varie parrocchie della Forania, dove i sacerdoti si riuniscono e danno la possibilità alla gente di potersi accostare al Sacramento della Misericordia; sono come i “Confessini” che si facevano a Fontanaluccia e dintorni, niente di straordinario; la straordinarietà sono le distanze tra le parrocchie, ma questo è solo un dettaglio non importante. E’ anche un bel momento per noi sacerdoti di incontrarci, di stare un poco assieme e di scambiarsi idee e opinioni. Per me è sempre un bel momento di incontro con la gente che porta dei pesi grandi, è un momento dove le persone si aprono per condividere sofferenze, dubbi, fatiche, solitudini, e dove sperimentano la grandezza della Misericordia di Dio. Ascoltando certe situazioni, bisogna solo rimanere in silenzio, non avere la presunzione di dare risposte o pensare di risolvere, ma riconoscere quanto il silenzio che Gesù ha adottato nella passione, è la risposta davanti alla sofferenza umana. Attraverso il Sacramento si entra nella vita concreta delle persone che si aprono e riconoscono che davanti a Dio possiamo sempre riconoscerci come figli amati e accolti.

            L’altra cosa che ha marcato questo mese è stata l’uscita di due giorni con le sorella a Salvador, visitando la comunità delle Minime di S. Clelia Barbieri nel bairro da Paz, Emma, volontaria bolognese che vive in Salvador e ha lavorato nella comunità della Trinità con Henrique il Pellegrino, con i Moradores de Rua  e don Marco, sacerdote di Firenze, Fidei Donum, che lavora nel bairro de Massaranduba, antico luogo dove c’erano gli Alagados, cioè palafitte, e dove vivevano in condizioni molto precarie molte famiglie, e dove S. Dulce andava a incontrare i poveri e le famiglie che vivevano là. Sono stati degli incontri molto belli, in situazioni diverse, con una otica legata alla propria realtà e all’esperienza che ognuno sta facendo, ma tutte ben inserite nel tessuto ecclesiale e sociale. Mi ha colpito molto la visita del bairro con don Marco, abbiamo proprio camminato attraverso le case nelle strade, incontrato persone, entrati in casa di una signora anziana; visitato la chiesa parrocchiale e passeggiato lungo un pezzo di mare dove anni indietro c’erano appunto le palafitte; in certi passaggi tra le case, sembrava di essere nei ‘carruggi’ di Genova, spazi stretti e case che si affacciano l’una sull’altra. Sono rientrato a Ruy Barbosa contento della visita e sognando come si possano pensare nuove esperienze, quei piccoli segni dei quali si parlerà anche al Capitolo, e vedere come poi concretamente possano realizzarsi, ‘se Deus quiser’ in varie parti del mondo.

            Chiudo con un testo di don Tonino Bello, non può mancare la parola di questo grande profeta del nostro tempo:

“Coraggio, fratelli che siete avviliti, stanchi, sottomessi ai potenti che abusano di voi.
Coraggio, disoccupati.
Coraggio, giovani senza prospettive, amici che la vita ha costretto ad accorciare sogni a lungo cullati.
Coraggio, gente solitaria, turba dolente e senza volto.
Coraggio, fratelli che il peccato ha intristito, che la debolezza ha infangato, che la povertà morale ha avvilito.

Il Signore è Risorto proprio per dirvi che, di fronte a chi decide di "amare", non c'è morte che tenga, non c'è tomba che chiuda, non c'è macigno sepolcrale che non rotoli via.
Auguri. La luce e la speranza allarghino le feritoie della vostra prigione”.

            Boa Páscoa pra todos, que a luz do Senhor ressuscitado possa iluminar a vida de cada um de vocês, e que esta luz ilumine a mente e o coração dos governantes e dos poderosos deste mundo, porque possam se encontrar, através o dialogo e o respeito reciproco, caminhos e trilhas pra construir pontes e não muros, construir paz e não guerras, construir fraternidade e não desunião. Um abraço e até breve,  pe. Luís, irmão da Caridade e vosso irmão.     

 

 

venerdì 27 febbraio 2026

Esercizi Spirituali del Clero di Ruy Barbosa

 




Serrinha, 26 de fevereiro 2026

 

Luigi GIbellini

 

            Ciao a tutti,

dopo la visita all’accampamento, dove abbiamo celebrato e fatto un poco di festa, ho passato alcuni giorni con loro, in una casa di un accampato che in quel momento non c’era, e dove avevano preparato con una attenzione incredibile, tutto quello che era necessario per una accoglienza molto dignitosa. E’ stata una occasione per immergermi nella vita quotidiana di quella gente, con i suoi problemi, le sue fatiche, i loro sogni, e anche, delle aspettative che può darsi che non si avvereranno, ma che continuano a coltivare e sperare che qualcosa possa muoversi. Sono stato con loro a vedere una ‘açude’, cioè una sorgente d’acqua, che quando c’era il fazendero serviva per avere acqua nella casa de fazendeiro, ma che adesso non funziona più, i tubi che portavano l’acqua sono rotti in vari punti e anche la pompa a motore è rotta. Non so come si potrà fare, ma ci siamo detti di ragionarci sopra per vedere che tipo di soluzione si può trovare. Il problema grosso rimane la possibilità di ricevere la terra e potere poi di conseguenza costruire le proprie case. La mia presenza nell’accampamento non è molto gradita da parte dei monaci del monastero (non tutti) e anche tra i preti diocesani alcuni storcono il naso; l’avvocato della diocesi mi ha detto di stare attento a non fare passi che possono sembrare compromettenti contro la chiesa. Vedrò cosa fare, nella prossina settimana farò una visita, perché fa parte delle azioni che la Campagna della Fraternità di quest’anno invita a fare, cioè visitare le periferie e le situazione di case non degne di essere chiamate case.

            A proposito della Campagna della Fraternità (CF) il tema principale è ‘Fraternità e Abitazione’ e il sottotitolo, che sempre è un versetto biblico è “E venne ad abitare in mezzo a noi”(Gv 1,14) e l’intento è di parlare e trovare delle risposte sulla situazione abitativa del popolo brasiliano. Il cartellone che rappresenta questa campagna è l’immagine di un ‘morador de rua’ sdraiato su una panchina di una piazza, tutto coperto con un panno, dove non si vede ne il volto ne le mani, soltanto i piedi che sono segnati dalle ferite dei chiodi, segno di un Cristo che ‘viene per abitare in mezzo a noi’ e in una forma ben chiara, come mendicante, come un povero senza tetto e senza una abitazione, e sulla panchina c’è lo spazio perché qualcuno possa, vedendolo, sedersi accanto a lui. La domanda che viene fatta è:” dove puoi incontrare Gesù oggi” e “riesci a sederti al suo fianco”? Dietro al mendicante case e chiesa di vari colori, per dire le differenti abitazioni, e le differenti condizioni abitative; e, domanda che deve un po' inquietare: dov’è la chiesa oggi?



            Come sempre, nella storia della chiesa brasiliana, il tema si sviluppa sulle tre direttrici del VEDERE – ILLUMINARE (GIUDICARE) – AGIRE, dove si fa una analisi sulla realtà concreta della situazione abitativa brasiliana; poi la situazione viene illuminata dalla Parola di Dio che dà una lettura del come la casa è vita nella scrittura e poi si cerca di vedere che passi concreti si possono fare per affrontare e tentare di risolvere le situazioni viste.

            Prima di cominciare a dire qualcosa sulle varie fasi, bisogna dire che la Casa, come la terra, la salute, la scuola, il lavoro, sono tutti diritti dell’uomo e che il potere pubblico deve garantire, questo è scritto nell’Articolo 6 della Costituzione Brasiliana.

            Nel VEDERE emergono situazioni molto pesanti, dove circa 120 milioni di brasiliani vivono in abitazioni indegne di essere chiamate case, che sono le grandi favelas delle capitali degli stati, le periferie, le zone a rischio, cioè agglomerati costruiti senza nessuna sicurezza, senza fogne, o costruite sulle fogne, senza accessi ai beni primari, come gli ospedali, le scuole, dove la viole nza è esorbitante e dove le organizzazioni criminose hanno il potere sulle persone. Tutto questo è stato causato da una migrazione della popolazione brasiliana dalla campagna alle periferie delle grandi città. Un dato molto eloquente è questo; fino agli anni 80, l’80% della popolazione abitava nel campo, adesso 85% della popolazione abita nelle grandi città, provocando quello che si è detto sopra. Poi c’è tutta la popolazione di strada, che si conta attorno ai 400 mila persone, nella fascia etaria tra i 25 e 44 anni, di cui 82% sono uomini e il 70% afrodiscendente. Quali i motivi principali di questa situazione; ne sono stai individuati 2, che sono il Sistema Tributario, cioè le Imposte e il Sistema di Debito Pubblico (anche in l’Italia è così ?)

            Dentro le 20 favelas e comunità urbane più popolose del Brasile, 8 sono nella regione Nord (sei sono in Manaus, la Compensa dove abita don Paolo Cugini è una di queste), 7 nel Sud Est (Rio, S. Paolo), 4 nel Nord Est (Salvador) 1 nel Centro Ovest.

            Cosa possiamo ILLUMINARE questa situazione; alla luce della scrittura si può dire ed affermare che il Dio di Israele vede il clamore del suo popolo e scende per liberarlo (Egitto) per dargli una terra e riconoscere che la terra non può essere di proprietà, ma che è di Dio, e poi non si limita ad accompagnare il suo popolo, ma “viene ad abitare in mezzo a noi”, facendosi presenza e una presenza scomoda e in modo particolare una presenza da Povero in mezzo ai Poveri. “Per questo, Gesù incontrerà luoghi dentro i senza casa, dentro i rigettati dalla società e senza tetto”. 

            L’azione sociale della chiesa allora si rende presente come ci ricorda papa Francesco: “nel proprio cuore del vangelo, appare la vita comunitaria e l’impegno con l’altro” (EG 177) e continua “deriva dalla nostra fede in Cristo, che si è fatto povero e sempre si approssimò dei poveri e marginalizzati, la preoccupazione per lo sviluppo integrale dei più abbandonati della società” (EG 186) E’ missione della chiesa denunciare, come ingiustizia e peccato che clama al cielo, la negazione di questo diritto e le condizioni precarie e disumane di abitazioni dove tanta gente vive in Brasile. Papa Leone ci invita a “ascoltare e dare voce ai poveri, come tesoro della chiesa e dell’umanità”.

            L’ILLUMINARE ci presenta un Gesù che se rende presente, quindi l’AGIRE ci deve spingere a conoscere le nostre realtà, a prendere coscienza di cosa sta accadendo nei nostri Bairros, nelle nostre periferie; una costatazione è che la presenza della Chiesa è decisamente diminuita rispetto agli anni ottanta, con la presenza delle Comunità Ecclesiali di Base, nonostante lo sforzo di papa Francesco che ha invitato la Chiesa ad essere povera per i poveri e uscire per raggiungere le periferie del mondo. Quello che concretamente deve fare la chiesa è “Rafforzare la presenza ecclesiale di ascolto e empatia trasformatrice nelle periferie per mezzo di una spiritualità dell’incontro, della solidarietà e con la valorizzazione del volto periferico, superando una ‘teologia della prosperità, del dominio e individualista’. Poi bisogna formare il clero con l’imperativo di essere presenti e rafforzare la presenza ecclesiale trasformatrice nelle periferie, facendo la scelta dell’opzione preferenziale dei più poveri.

            A livello governativo, bisogna sollecitare il diritto alla buona abitazione, a livello di Governo centrale, a livello Statale e a livello Municipale, richiamando ai vari livelli, come il potere pubblico deve investire sull’abitazione. 

            E’ una bella Campagna, ma infelicemente mi sembra che a livello della nostra Diocesi, non ci sia una grande presa di coscienza, di investire su questi temi, e soprattutto la poca sensibilità sul tema povertà e poveri. Si è più preoccupati a spendere soldi per le ristrutturazioni e sui paramenti, ma è un andamento che sta prendendo buona parte della chiesa brasiliana; grazie a Dio ci sono ancora profeti che stanno in mezzo alla gente, che si donano a servizio dei poveri e dei più dimenticati, come Julio Lancelotti e altri.

            Um bom caminho de quaresma, a luz destas provocações e realidades que nunca devemos esquecer, mas ao contrario ver ainda hoje onde este Cristo se faz presente, se encarna, onde ele mora, e como nós, podemos sentar ao seu lado, sobre os bancos das praças das nossas cidades e dos nossos bairros. Um abraço fraterno a todos, pe. Luís irmão da Caridade e teu irmão.