venerdì 19 giugno 2026

Eucaristia e Idolatria

 




 

Luigi Gibellini

 

 

Ruy Barbosa, 5 de junho 26

S. Bonifácio, bispo e mártir 

 

            È terminata la solennità di Corpus Christi, e voltando a casa dopo la celebrazione in Cattedrale mi sono venuti dei pensieri strani e di rivolta, guardando come si usa l’Eucaristia, come si rischia di abusare del sacramento e del come si rende il sacramento simile all’idolo, al vitello d’oro,Tutto il popolo tolse i pendenti che ciascuno aveva agli orecchi e li portò ad Aronne. Egli li ricevette dalle loro mani e li fece fondere in una forma e ne ottenne un vitello di metallo fuso. Allora dissero: «Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto!» (Es. 32,3-4)  o come all’Arca dell’Alleanza che era ritenuta l’oggetto forte per sconfiggere gli avversari. “In quei giorni i Filistei si radunarono per combattere contro Israele. Allora Israele scese in campo a dar battaglia ai Filistei.   (...) «Perché ci ha percossi oggi il Signore di fronte ai Filistei? Andiamo a prenderci l'arca del Signore a Silo, perché venga in mezzo a noi e ci liberi dalle mani dei nostri nemici».  Il popolo mandò subito a Silo a prelevare l'arca del Dio degli eserciti che siede sui cherubini. (...)  I Filistei attaccarono battaglia, Israele fu sconfitto e ciascuno fu costretto a fuggire nella sua tenda. La strage fu molto grande: dalla parte d'Israele caddero tremila fanti.  In più l'arca di Dio fu presa e i due figli di Eli, Cofni e Pìncas, morirono.(1 Sam.4,1.3-4a.10-11)

            Il vitello d’oro diventa per gli Israeliti un modo per rendere visibile un Dio che li aveva liberati dall’Egitto ma che adesso non è più presente, non si vede; è scomparso anche Mosè che è il tramite tra Dio e il popolo; il popolo há bisogno di vedere, toccare, soddisfare i sensi, non bastano più le “Dieci Parole” date da Dio, non basta rispettare delle comandamenti, è necessario avere un contatto, poterlo possedere...di fronte a questa situazione, Dio manda di nuovo Mosè a riprendere il popolo dicendo: “Allora il Signore disse a Mosè: «Va, scendi, perché il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d'Egitto, si è pervertito” (Es. 32,7). Davanti alla situazione che si è creata, Dio avverte Mosè che sta succedendo qualcosa di insperato; la lontananza dal vero Dio provoca una ricerca di un ‘altro Dio’ che ci si costruisce con le proprie mani, con le cose che si hanno (orecchini e monili) e che si mettono insieme, come gesto di popolo unito, ma senza accorgersi che gli idoli da noi creati durano poco e sono un modo di disviare la nostra vita in una direzione più semplice e più facile da raggiungere. “Ecco il tuo Dio…” dice il popolo, ecco ciò che ci rappresenta, ecco ciò che va risolvere i nostri problemi, i nostri dubbi, le nostre paure…un dio che non parla, un dio che non ascolta, un dio che sembra potente ma che non riesce a comunicare, un dio sordo e muto. Ma sembra che il popolo voglia proprio questo, un dio che non dà problemi e che non crea problemi, che non chiede nulla e che è solo apparenza. Israele desidera un dio di questo tipo, che sia presente, ma che non interferisca nella vita.

            Nel testo di 1 Samuele, c’è un’altra modalità di abusare di Dio; pensare che l’Arca dell’Alleanza possa risolvere le guerre, i problemi e incutere timore negli altri; ma questo è molto pericoloso. Non si può usare Dio, non si può abusare della sua presenza, non si può pensare che Dio faccia quello che voglio io. Il popolo di Dio esperimenta questo. l’Arca dell’Alleanza non è un amuleto, non si usa per sconfiggere i nemici; l’insolenza degli ebrei non suscita in Dio l’aspetto sperato, anzi accade esattamente il contrario, gli ebrei sono sconfitti e l’Arca è presa dai Filistei.



            Ho cercato di vedere, attraverso il percorso del popolo di Israele, alcune prassi dove si manifesta una errata relazione con il sacro, con l’onnipotente, con il non visibile, ma riconosciuto come una potenza soprannaturale, che è Dio; un Dio che però non si lascia soggiogare dai nostri desideri o dalle nostre pretese.                                                                                                                                                  Questo mi sembra che possa avvenire anche con l’Eucaristia, ed in modo particolare con le Adorazioni Eucaristiche, che si tingono spesso di fanatismo, o di una forma inusuale di rapportarsi con il sacramento, che dovrebbe essere accolto e adorato, direi ancora di più, contemplato nel silenzio e nel rispetto. Voglio qui riportare un testo dell’omelia di San Giovanni XXIII nella canonizzazione di S. Martino di Porres che dice: “Avendo egli conosciuto che Cristo Gesù patì per noi e portò i nostri peccati nel suo corpo fin sul legno, percorse con particolare amore la via del crocifisso. E quando contemplava i suoi orribili tormenti, non poteva trattenersi dal piangere assai diffusamente. Amò pure con speciale affetto l’augustissimo sacramento dell’Eucaristia. Per questo, standosene in un luogo nascosto della chiesa, sostava per molte ore in adorazione dinanzi al tabernacolo. Dell’Eucaristia poi bramava nutrirsi con quanto più amore gli era possibile.”  Di fatto, Gesù dice ai suoi discepoli, mangiate e bevete, e se nella chiesa si è riconosciuto importante adorare il SS. Sacramento, che questo sia fatto con rispetto e attenzione; San Martino ‘sostava’, si fermava, guardava, contemplava, di nascosto, nel silenzio, per entrare in una relazione personale e singolare; non in forme eclatanti o eccentriche, ma di nascosto. Mi piace molto questo modo di porsi davanti al Signore, nel modo di piccoli, di coloro che si sentono inadeguati, ma capaci di riconoscere la grandezza dell’amore che si racchiude in quel piccolo pezzo di pane.



            Nel tempo attuale, mi sembra che questa logica si sia dimenticata, non attira più questo modo di porsi di fronte al sacramento, di accoglierlo come un momento personale di relazione e di ascolto, ma tutto si è trasformato in un momento dove chiediamo, cantiamo, tocchiamo, senza lasciare spazio a Colui che è presente in quel piccolo frammento di pane che ci richiama a una presenza reale di Lui, che ha desiderio di incontrarci e lasciarsi incontrare. Per questo che spesso mi sembra che questa modalità può diventare “idolatrica” come l’Arca dell’alleanza, o il vitello d’oro, usati per i propri interessi e abusati per quello che era invece, la modalità con la quale Dio voleva essere presente in mezzo al suo popolo. E una risposta che a volte mi viene data è che se si facesse in un modo differente, la gente non verrebbe; questo mi irrita ancora di più, perché sembra che le cose si facciano per attirare le persone, per avere gente, preoccupandosi di più dei numeri che dell’educare e dell’insegnare un modo giusto di porsi di fronte ella presenza di Dio. C’è bisogno della folla, dei numeri grandi, del chiedere una presenza significativa, senza però preoccuparsi del come si propongono le cose; mi viene in mente adesso, quando Gesù si propone come il ‘pane della vita’, e dove la gente, e anche i suoi, percepiscono che è un discorso duro e difficile da capire. E la risposta di Gesù è forte e provocatoria: “ Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno". Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao. Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: "Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?". Disse allora Gesù ai Dodici: "Forse anche voi volete andarvene?". Gli rispose Simon Pietro: "Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio" (Gv 6,58-60.67-69). Gesù non si preoccupa se ciò che sta dicendo è motivo di allontanamento della gente, e forse anche dei suoi apostoli, ma fa una proposta chiara e forte, senza avere la pretesa che la moltitudine che lo stava seguendo rimanesse accanto a lui. Non va alla ricerca dell’approvazione, del volere le moltitudini, del successo, ma chiede di credere, chiede di riconoscere in lui la novità del “pane” che disceso da cielo si presenta come vita donata e sacrificata. Questo fa paura, mette alla prova, perché poi, Gesù chiede agli apostoli di donare la vita e riconoscerlo, come fa Pietro, il luogo certo dove incontrare Dio (eucaristia, dove andremo…) e accoglierlo come colui che ha parole eterne, dove Lui stesso si rende Parola. 



            Poi, l’eucaristia non deve e non può essere vista come una cosa inaccessibile, tanto alta che diventa quasi una meta irraggiungibile; Papa Francesco nell’Evangeli Gaudium ci dice: L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma una generosa medicina e un alimento per i deboli.  Queste convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia. Di frequente ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa”. (n°47) Questo testo dove si parla di ‘medicina’ è preso da Sant’Ambrogio che diceva: “Devo riceverlo sempre, perché sempre perdoni i miei peccati. Se pecco continuamente, devo avere sempre una medicina» « Colui che mangiò la manna, morì; colui che mangia di questo corpo, otterrà il perdono dei suoi peccati” (De Sacramentis IV, VI, 28: PL 16, 464)  E San Cirillo di Alessandria: «Mi sono esaminato e mi sono riconosciuto indegno. A coloro che parlano così dico: e quando sarete degni? Quando vi presenterete allora davanti a Cristo? E se i vostri peccati vi impediscono di avvicinarvi e se non smettete mai di cadere - chi conosce i suoi delitti? dice il salmo - voi rimarrete senza prender parte della santificazione che vivifica per l’eternità̀? ». (Giov. Evang. IV, 2; PG 73, 584-585)

            Sono testi che ci aprono il cuore e che superano i limiti della nostra povertà e della nostra inadeguatezza; non si vuole sminuire il valore inestimabile del sacramento, ma mi sembra che questi santi ci aiutino ad aprire uno spazio che permetta di avere un’ottica grande verso la possibilità di nutrirsi e vivere. Chi è degno, o chi si sente degno? A volte, come sacerdote, mi sento molto indegno, per i miei limiti e i miei peccati, e dovrei astenermi dall’accostarmi all’eucaristia, ma nello stesso tempo mi sento accolto da quel Signore che non ha avuto paura e non ha giudicato i peccatori e i pubblicani, ma si è seduto con loro attorno alla mensa, e ha cenato con loro, senza chiedere a loro nessun cambiamento, ma facendoli sperimentare la misericordia, l’accoglienza e l’amore del figlio di Dio, che non è venuto solo per i giusti, ma per i peccatori e per chi ha bisogno di sentirsi amato e accolto e non essere giudicato e allontanato dalla mensa. (Mt 9,9-13)

            Spesso invece, ci limitiamo a rimanere soffocati dallo stato della persona, cioè non è sposato in chiesa (magari è accompagnato da 30 anni con una persona e ha 3 figli e il marito non vuole sposarsi…) o sta vivendo una relazione illegittima (di seconda unione…) o uno dei due appartiene ad un’altra religione e non vuole sposarsi; non entriamo nell’abito dell’omosessualità perché può diventare difficile da accogliere, però un altro campo dove non c’è possibilità di uscita al momento attuale. Tutte queste sono situazioni dove l’eucaristia è negata, non si può accedere al sacramento, e tanto più al sacramento della misericordia di Dio (Confessione), perché si è in un continuo stato di peccato. E si risolve la cosa dicendo che si può comunicare in modo spirituale…

            Ma io mi chiedo: “come può una persona vivere la propria fede se non si alimenta dell’eucaristia che ci permette di vivere eternamente?”.  Gesù ci dice che chi non mangia e non beve, muore, non ha la vita in sé, non può entrare nell’eternità. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo". (Gv 6,49-51) A volte diventiamo tanto legalisti e fissi sulla legge che ci dimentichiamo della persona, dell’uomo; Dio ci è venuto incontro inviando il Figlio, non per condannare ma perché tutti si sentano salvi attraverso di Lui; però continuiamo a mettere paletti, staccionate, reticolati che impediscono di avvicinarsi al sacro e alla vita.           

                                                                                   Concludo questa riflessione con l’aiuto di papa Francesco che dice: La Chiesa non può̀ fare a meno del polmone della preghiera, e mi rallegra immensamente che si moltiplichino in tutte le istituzioni ecclesiali i gruppi di preghiera, di intercessione, di lettura orante della Parola, le adorazioni perpetue dell’Eucaristia. Nello stesso tempo «si deve respingere la tentazione di una spiritualità̀ intimistica e individualistica, che mal si comporrebbe con le esigenze della carità̀, oltre che con la logica dell’Incarnazione». C’è il rischio che alcuni momenti di preghiera diventino una scusa per evitare di donare la vita nella missione, perché́ la privatizzazione dello stile di vita può̀ condurre i cristiani a rifugiarsi in qualche falsa spiritualità̀”. (EG 262) Papa Francesco ci richiama all’importanza della preghiera e dell’adorazione eucaristica, senza però correre il rischio che sia spiritualità intimista e staccata dalla missione e dal rifugiarsi in una falsa spiritualità.  

venerdì 5 giugno 2026

Una grande festa. La celebrazione dei Primi Voti di Isabela

 

Irmã Isabela


Don Luigi Ferrari

 

 

     Abbiamo partecipato: Sr. Marianna, Sr. Giovanna, Sr. Manuela, Sr. Nicoletta e don Luigi alla celebrazione dei Primi Voti di Isabela, un evento che ci ha unito alla chiesa di Ruy Barbosa, ai nostri missionari che sono là: Sr. Annamaria, Sr. Alessandra, don Gigi e due missionarie laiche Maria e Marinella. Un bel dono fatto alla Casa di Ruy Barbosa che, dopo aver celebrato i 30 anni dagli inizi, vede una ragazza di questa terra che è chiamata alla vita consacrata nella nostra famiglia. Siamo stati accolti dall’affetto caloroso del popolo brasiliano e dall’equipe missionaria reggiana. Immersi nel clima tropicali: con suoni, colori, cibi, in particolare frutti, profumi e odori tipici di questa terra. La bellezza anche degli ospiti della Casa che ci hanno allietato con la loro presenza: il grido di Nailton, la delicatezza di Marines, l’umore di Maurina, la giovinezza di Gea, la eleganza di Mateus, Gueu alla ricerca di luce, la luna della Luana, la parola di Walter, Il servizio instancabile di Agdo, Tais nella sua carrozza; Joice,  Nissiede, Lia, Elza con loro varie posture. I funzionari di Casa, una menzione particolare per Tita, la sua forza e dedizione; poi Ariane, Gilmara, Luciene e Ana-Lucia. Poi le donne dell’Arco-iris che vengono in particolare per le pulizie, e lavare i piatti.  Non sono mancati i giovani volontari della Casa che per l’occasione sono venuti a partecipare della festa.            


     

Abbiamo fatto un bell’incontro con il vescovo Dom Estevam che si è mostrato sensibile all’aspetto vocazionale della consacrazione e alle prospettive di cammino di Isabela. Alcuni di noi hanno visto il progetto Cafunè di Maria: seguire i ragazzi del Bairro Cruseiro do Sul e le loro famiglie; una presenza missionaria fatta di semplicità, cura e dedizione che cerca di sollevare dalla miseria e dalla povertà. Siamo stati a visitare e celebrare il Progetto Levanta-te e Anda, comunità di recupero dalla dipendenza; una bella comunità dove don Gigi va ogni settimana per accompagnare il cammino spirituale dei residenti. Abbiamo avuto la possibilità di visitare alcune persone, animatori di comunità, anziani. Siamo stati anche ad Alagoas dove ha vissuto Maria Milza una signora di fede e di carità; Mãenzinha (Piccola mamma) come era chiamata, pregava e guariva gli ammalati. È iniziato un processo di beatificazione, tanti i fedeli si affidano a lei nel bisogno. La domenica dell’Ascensione è stato il giorno della Consacrazione di Isabela che ha vissuto con emozione e immensa gioia la celebrazione; si è notato il volto raggiante di Isabela, come Mosè quando veniva dal colloquio con il Signore.  Irmã Isabela de Nossa Signora do Carmo come ricordino ci ha lasciato un piccolo boccettino di nardo, come la donna di Betania che cosparge di nardo i piedi di Gesù; mi è sembrato la chiamata ad essere profumo di Cristo nella sua vita offerta al Signore.



 C’è stata una bella partecipazione di popolo e anche dalla città di Macajuba, dove è nata e cresciuta Isabela, è arrivato una corriera di parenti e amici. Molti si sono fermati anche per il pranzo e la torta. Il giorno dopo abbiamo partecipato ad una camminata organizzata dalla Caritas per ricordare le vittime minorenni di abuso; i giovani delle scuole della città hanno inscenata una drammatizzazione per far capire come lottare contro l’abuso a favore della dignità di ogni persona. Abbiamo visitato la cattedrale, di recente restaurata e abbellita; dove sono sepolti i due vescovi missionari: Dom Mathias e Dom Andrè. Abbiamo celebrato con Pe. Mercio nella nuova parrocchia San Giuseppe Operaio e Aparecida: una occasione per incontrare e vedere come sta crescendo questa comunità che ho accompagnato negli inizi del cammino pastorale. Assieme all’equipe missionaria abbiamo fatto un incontro guardando i passi che siamo chiamati a fare nei prossimi mesi; ci sarà il Capitolo Generale della Famiglia delle Case della Carità. Come accompagnare Isabela nel cammino di consacrazione e vedere le prospettive future della nostra presenza missionaria in Brasile.

Dobbiamo ringraziare il Signore di questi giorni e aver potuto partecipare di questa grande Festa piena di calore e gioia contagiosa.

 

sabato 30 maggio 2026

Chiesa che annuncia il Vangelo e non che distribuisce sacramenti

 




Luigi Gibellini

 

 

E’ uno degli aspetti che sempre hanno attraversato il percorso della Chiesa lungo i secoli, dove spesso si pensava che l’azione evangelizzatrice era strettamente legata alla sacramentalizzazione, ai sacramenti dell’Iniziazione Cristiana (Battesimo-Comunione-Crisma) senza ricordarsi che l’invio fatto da Gesù ai discepoli, prima di salire al cielo, era legato strettamente all’annuncio del Vangelo, in tutte le direzioni. Il vangelo di marco si conclude con l’invio dei discepoli: “E disse loro: "Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato”(Mc 16,15-16) e si capisce bene che la priorità dell’invio è sull’annuncio, sul predicare il vangelo, sull’andare in tutto il mondo e proclamare la buona notizia ad ogni creatura, in qualsiasi luogo si incontra, in qualsiasi situazione sociale vive, senza scegliere, ma lasciarsi condurre dal desiderio di approssimarsi di tutti. E questo annuncio è gratuito, il vangelo non può diventare moneta di scambio, e anche i sacramenti non possono diventare motivo di lucro. Papa Francesco avverte dicendo: Lo so, alcune volte io ho visto, non qui a Roma, ma in un’altra parte, una lista di prezzi. Ma come i sacramenti si pagano? No, ma è un’offerta. Ma se vogliono dare un’offerta, che devono darla, che la mettano nella cassa delle offerte, di nascosto, che nessuno veda quanto dai. Anche oggi c’è questo pericolo: Ma dobbiamo mantenere la Chiesa. Sì, sì, sì, davvero. Che la mantengano i fedeli ma nella cassa delle offerte, non col listino prezzi. E questo succede anche oggi, mettendo in guardia dal pericolo che le nostre chiese divengano un mercato”. (Meditazione mattutina nella cappella di S. Marta ‘i sacramenti non hanno prezzo 9/11/2018)                                                                                                                            L’annuncio del vangelo há un’altra caratteristica fondamentale, che è la ‘Gratuità’, cioè si annuncia non per fare proseliti, ma con la gratuità con la quale anche noi abbiamo ricevuto la bellezza della bella notizia, e anche qui papa Francesco ci aiuta dicendo: "Gratuitamente ho ricevuto e gratuitamente devo dare". L'annuncio non parte da noi, ma dalla bellezza di ciò che abbiamo ricevuto gratuitamente, senza merito: incontrare Gesù, conoscerlo, scoprire che siamo amati e salvati.  È un dono così grande che non possiamo tenerlo per noi, sentiamo il bisogno di diffonderlo, ma con lo stesso stile, cioè liberamente. [...] Questo è il motivo dell'annuncio. Uscire e portare la gioia di ciò che abbiamo ricevuto.". "Cosa annunciare? Gesù dice: "Andate e annunciate che il regno dei cieli è vicino". È questo che bisogna dire, innanzitutto e sempre: Dio è vicino. Non dimentichiamolo mai. La vicinanza è una delle cose più importanti di Dio. Ci sono tre cose importanti: la vicinanza, la misericordia e la tenerezza". La modalità con la quale annunciare il Vangelo diventa fondamentale, e diventa credibile nel momento stesso che le parole si fondono con la vita, con la testimonianza, con l’attenzione all’altro; un buon predicatore del Vangelo non può essere solo un buon oratore, ma diventa indispensabile congiungere l’arte oratoria con la coerenza della vita. Continua papa Francesco: Come annunciare: con la nostra testimonianza". Questo è l'aspetto su cui Gesù elabora maggiormente: come annunciare, qual è il metodo, quale deve essere il linguaggio per annunciare. È significativo: ci dice che la forma, lo stile essenziale è nella testimonianza. La testimonianza non coinvolge solo la mente e il dire qualcosa, i concetti: no. Coinvolge tutto, mente, cuore, mani, tutto, i tre linguaggi della persona: il linguaggio del pensiero, il linguaggio dell'affetto, linguaggio dell'azione. (Catechesi 7/9/23)                                                                                                                                                       Nell’inizio del suo mandato, papa Francisco scrive l’Esortazione Apostolica “Evangelii Gaudium”, sulla spinta evangelizzatrice che deve avere la Chiesa odierna, nell’avere la consapevolezza di uscire dalle comodità per arrivare alle periferie; ma nel capitolo terzo, “L’ANNUNCIO DEL VANGELO” ci indica su che cosa è fondata l’evangelizzazione dicendo: Tutta l’evangelizzazione è fondata sulla Sacra Scrittura, ascoltata, meditata, vissuta, celebrata e testimoniata. La Sacra Scrittura è fonte dell’evangelizzazione. Pertanto, bisogna formarsi continuamente all’ascolto della Parola. La Chiesa non evangelizza se non si lascia continuamente evangelizzare. È indispensabile che la Parola di Dio « diventi sempre più il cuore di ogni attività̀ ecclesiale». e li rende capaci di un’autentica testimonianza evangelica nella vita quotidiana. Abbiamo ormai superato quella vecchia contrapposizione tra Parola e Sacramento. La Parola proclamata, viva ed efficace, prepara la recezione del Sacramento, e nel Sacramento tale Parola raggiunge la sua massima efficacia”. (EG 174)                                                                                                                                   Papa Francesco insiste sulla centralità della parola di Dio che è fonte dell’evangelizzazione; mi sembra che attualmente la “Parola” sia una delle cose dimenticate, direi quasi, abbandonate, si fa fatica capire dove è stata collocata, in che meandri sai stata messa, sotto quanta polvere sta riposando. L’appello di Francesco richiama alla Lettura Orante, dove la Parola deve essere ASCOLTATA, quindi trovare il tempo per mettersi all’ascolto, non dei tanti falsi profeti di oggi, ma della Parola che si fa Carne, che viene ad abitare tra noi; poi va MEDITATA, cioè farla scendere in profondità, lasciare macerare questa Parola in noi; poi questa parola deve essere VISSUTA, deve diventare visibile, se deve percepire che questa Parola trasforma la mia vita, deve diventare vita; poi Francesco continua con un verbo liturgico, deve essere CELEBRATA, deve trasformarsi in Liturgia, cioè azione sacra, ma ancora di più, deve essere un tempo continuo, che permane nel mio vivere e poi conclude con TESTIMONIATA, cioè diventare una parola vivente. Una Parola che ancora una volta deve parlare con gesti, con azioni, con una visibilità che rende ragione di ciò che crediamo.             Continuando, papa Francesco ci richiama a riconoscere che non soltanto dobbiamo essere annunciatori e portatori del vangelo alle persone che incontriamo sul nostro cammino, ma ci invita a riconoscerci come persone e come chiesa, coinvolte in una azione contraria, cioè non soltanto dobbiamo evangelizzare, ma dobbiamo essere evangelizzati, essere soggetti di evangelizzazione da parte delle categorie più povere, dai poveri stessi, che incarnano la presenza del vangelo in mezzo a noi. Per questo scrive: “Per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. Dio concede loro ‘la sua prima misericordia’. (...) Per questo desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro. La nuova evangelizzazione è un invito a riconoscere la forza salvifica delle loro esistenze e a porle al centro del cammino della Chiesa. Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro”. (EG 198)                                                                                              L’altra cosa fondamentale che deve sempre essere chiara e, ancora di più vissuta, è lo stretto legame tra Evangelizzare-Sacramenti-Comunità. Sono tre componenti che non possono essere slegati, non possono mancare nel processo di evangelizzazione e di sacramentalizzazione. Quello che accade troppo spesso nel percorso catechetico è che i sacramenti sono legati ai catechesi, ma non entrano nel percorso di vita comunitaria. Si vedono gruppi grandi di ragazzi e di adolescenti che partecipano dei momenti di formazione catechetica, ma poi pochissimi che vivono una vita di comunità attiva, c’è uno slegamento tra la formazione e la vita comunitaria, tanto che poi dopo aver ricevuto il sacramento spariscono dalla comunità, perché già da prima era così. Papa Francesco in una catechesi ci dice:  “I Sacramenti esprimono e realizzano un’effettiva e profonda comunione tra di noi, poiché in essi incontriamo Cristo Salvatore e, attraverso di Lui, i nostri fratelli nella fede. I Sacramenti non sono apparenze, non sono riti, ma sono la forza di Cristo; è Gesù Cristo presente nei Sacramenti. (...) Pertanto, se da un lato è la Chiesa che “fa” i Sacramenti, dall’altro sono i Sacramenti che “fanno” la Chiesa, la edificano, generando nuovi figli, aggregandoli al popolo santo di Dio, consolidando la loro appartenenza”. (UDIENZA GENERALE  6 novembre 2013) Papa Francesco afferma che i sacramenti esprimono una profonda comunione nella comunità, che non sono Riti, ma la forza di Cristo, e che i sacramenti fanno la Chiesa, la edificano, aggregandoli al popolo santo di Dio, che è la comunità cristiana. Se questo non avviene, manca un passaggio importante. È sempre un argomento delicato questo rapporto Comunità-Sacramenti, perché si rischia di chiudere o diventare i controllori e doganieri dei Doni di Dio, ma è altrettanto vero, che rischiamo di diventare un supermercato dove chi viene prende e poi se ne va, senza assumersi nessuna responsabilità e tanto meno, rischiare di non fare nessuna esperienza di encontro personale com Cristo.                                                                                                                                 E qui sorge una nuova domanda: “che tipo di comunità presentiamo alla gente?”. Siamo comunità attraente o che allontanano? Siamo comunità che manifestano l’amore fraterno o che disanimano? Siamo comunità che si lasciano guidare dall’amore e dall’ascolto della Parola o siamo imbibiti di un tradizionalismo che uccide e allontana, o forma cristiani con una fede superficiale? Sono domande che debbono avere delle risposte o per lo meno, che suscitino dei dubbi e delle preoccupazioni. Le prima comunità cristiane si riconoscevano non per la maglietta con su scritto ‘sono cattolico’, ma perché si amavano e manifestavano la presenza dello Spirito che formava profeti, maestri e apostoli. (At                                                                                                                                               Voglio mettere qui un sogno che è stato pensato, approfondito, gustato e scritto dopo un cammino fatto nelle parrocchie dove ho vissuto come parroco per 7 anni, e che ha dato un poco di impulso alla vita dei nostri animatori e collaboratori. Qui è scritto il sogno, che poi si è concretizzato in alcune azioni concrete fatte nelle varie comunità. Ed ecco la proposta: “Sogniamo una Comunità che parte ed attinge dalla Parola, ascoltata insieme nell’Eucarestia e celebrata nella vita; che abbia la capacità di sognare grande, perché il sogno non è illusione, ma è ciò che ci permette di superare il limite e  attraversare le soglie delle porte per entrare in relazione con l’esterno della Comunità. Una comunità che non ha paura dei piccoli numeri, non autoreferenziale, ma che sente il bisogno di tutti, arricchendosi del contributo di ciascuno.

  Sogniamo una Comunità missionaria, aperta e alimentata dalle relazioni; relazioni che devono superare i propri schemi, i propri confini, senza pregiudizi,

dando speranza e usando delicatezza. Una comunità capace di stare, di esserci, di accogliere, di esercitarsi nell’ospitalità.   

  Sogniamo una comunità scomoda, che abbia qualcosa da dire a tutti, che aiuti a superare i confini, che sappia visitare le periferie esistenziali e geografiche ed i luoghi dove allenarsi al servizio e all’incontro col povero.  Scomoda perché impara a fidarsi anche degli altri e non solo di sé stessa; scomoda perché apprende dal Vangelo, che è scomodo, la gioia di accogliere l’altro, di superare dei paradigmi vecchi, di affrontare il cambiamento e di fare sentire “comodi” tanti che per vari motivi si sono allontanati.

  Sogniamo una Comunità che sia simile alla “Bottega di Giuseppe”, dove nel silenzio possiamo raccontare le nostre confidenze; dove con pazienza possiamo costruire cose che non sono dettate dalla fretta o dalla produttività, ma dal bisogno di incontrarsi e di condividere la vita; dove possiamo sperimentare la gioia “pulita” dei poveri e dove la gioia sia la dinamica che costruisce relazioni”. (UP 60)