giovedì 27 agosto 2026

VISITE ALLA CASA DI CARITA' DI RUY BARBOSA

 



Projeto Levanta-te e Anda, 26/08/26

 

  Ciao a tutti,

sta finendo il mese di agosto, mese vocazionale, dove la chiesa brasiliana ha riflettuto durante il mese, su tutte la vocazioni, cominciando dalla vocazione sacerdotale (1° domenica) poi la vocazione alla vita consacrata (2° domenica) poi la vocazione familiare (3° domenica) e infine la vocazione laicale, quella che sostiene la vita della comunità, nei suoi vari aspetti e responsabilità; senza la presenza dei laici, ed in modo particolare delle LAICHE, le comunità incontrerebbero grandi difficoltà per camminare, per celebrare, per impegnarsi nell’evangelizzazione e nella carità, e non da ultimo, nell’impegno sociale e politico.

  E’ stato anche il mese di varie presenze che son passate dalla Casa e dove abbiamo avuto la possibilità e la gioia di accogliere diverse persone; le campiste del CMD, Giada, Sara, Chiara e Gloria, che sono arrivate alla fine del mese di luglio e ripartite l’11 di agosto,  i due amici della Casa della Carità di San Giuseppe, Francesco e Aruna, arrivati all’inizio di agosto e ripartiti ieri (25/08) l’arrivo dei novizi Gesuiti, Alan, Caio e Manuel, domenica 16 agosto e che staranno con noi fino in settembre, i due gruppi di Bologna accompagnati da don Claudio Casiello, già missionario in Salvador per alcuni anni, Gleide, volontaria fedele e attenta alla Casa, che si fermerà fino agli inizi di settembre, e di altri volontari brasiliani che si sono dati un tempo per aiutare e sostenere il cammino della Casa in questa fase dove le suore, Annamaria e Alessandra, sono partite per partecipare del Capitolo delle sorelle e del Capitolo Generale della nostra famiglia. Di tutto questo, rendiamo grazie a Dio per la ricchezza di questi incontri e di questi scambi di chiese, che ci permettono sempre di avere uno sguardo ampio e non ristretto, del nostro essere chiesa in cammino in questa terra brasiliana.

  Abbiamo avuto anche un incontro con don Marco, direttore del CMD, che ha accompagnato i campisti in terra baiana e in terra amazzonica, alla fine del mese di luglio, con quelli che abitano in Ruy Barbosa e le persone che stavano visitando la missione in Bahia; momento di scambio, di condivisione e di allegria, e di tante parole in italiano, da sovrastare la lingua portoghese che era in quella giornata in minoranza…cosa che ha rallegrato il cuore di Enzo Bertagni, che si emoziona quando ci si incontra come missionari reggiani ancora presenti in Bahia.

  In Casa, dentro tutto questo via e vai di persone, mi sembra di potere dire che le cose stanno camminando con tranquillità e serenità, a volte con alcune tensioni, ma con molta responsabilità da parte di tutti; credo che questo tempo possa essere anche un tempo di verifica, di prova,  sul come la Casa possa camminare un poco più con le sue gambe, anche se continua una presenza stabile di persone che quando torneranno sr. Alessandra e Annamaria, spariranno, e il corso della vita di Casa riprenderà il suo alvo normale. Ma, siamo in cammino…

  Il mese di agosto si conclude con l’ordinazione diaconale di due sposi della parrocchia di Nossa Senhora do Carmo in Wagner, Jurassy e Diego. Diego è stato uno dei ragazzi che ha partecipato del Progetto Nova Vida, un progetto che si è sempre occupato dei bimbi e adolescenti della città di Wagner, poi è diventato educatore all’interno del Progetto, e poi con Nene ha formato una famiglia, con 3 figli, poi si è formato all’Università e attualmente insegna, e dentro tutto questo percorso ha cominciato l’itinerario diaconale, come servizio all’interno della parrocchia dove abita; tanta cosa, e in questa camminata ho avuto il privilegio di potere percorrere una parte della storia di questa famiglia, in modo particolare per quello che è stato uno dei momenti importanti del cammino, cioè il giorno del loro matrimonio, celebrato nella parrocchia di Wagner. Domenica, un altro passo, un altro impegno, un’altra tappa per lui e per tutta la sua famiglia, a servizio della Chiesa e a servizio, nella Chiesa, dei più poveri e esclusi.

  Aggiungo qui alcune cose scritte un po' di tempo fa sulla mia esperienza legata al Progetto Nova Vida, dove appunto ho conosciuto Diego e tanti ragazzi e educatori: “Una cosa che ho cercato di fare quando sono arrivato a Wagner, è stato il rendermi conto di come era la parrocchia, con le sue comunità della città e della zona rurale e di cosa c’era a livello sociale, e con certezza la presenza del Progetto Nova Vida segnava molto questo aspetto. Il conoscere il Progetto mi ha aiutato ad entrare dentro a diverse situazioni familiari, la vicinanza con i ragazzi che frequentavano il progetto mi aiutava anche ad apprendere la lingua portoghese, ma quello che con certezza mi dava più allegria era il vedere come all’interno di questo spazio territoriale si creassero delle dinamiche e delle relazioni che facevano crescere le persone.

  Poi il contatto con gli educatori e coloro che conducevano il Progetto mi ha aiutato a vedere come l’impegno serio e forte loro, cambiasse il modo di vedere e pensare dei ragazzi che frequentavano Nova Vida; e ancora, vedere come alcuni dei ragazzi che parteciparono del Progetto sono diventati educatori e responsabili del Progetto stesso. Una bella trasformazione e un bel frutto di un lavoro che a volte sembrava non desse nessun risultato.

  Non sono mancati anche dei momenti difficili, nei quali abbiamo dovuto affrontare delle situazioni complicate, a livello di relazioni e anche a livello strutturali, o di cambiamenti di personale o di scelte che erano necessarie da fare, ma tutto con serietà e maturità.

  Mi ricordo anche delle conquiste che sono state fatte lungo il percorso, come il riconoscimento a livello Municipale di Utilità Pubblica, e così anche a livello Statale (della Bahia) e di quanto questo sia stato utile per essere riconosciuti come un Progetto valido e attento alle situazioni dei bimbi e dei ragazzi di Wagner; il rapporto con il Municipio, di ascolto e di rispetto, ci ha portato ad acquisire anche la parte dello stabile che era di proprietà del Municipio, per potere avere una struttura che appartenesse alla Associazione ACCANOV. Mi ricordo anche di alcune volte che siamo stati alla Camera dei Consiglieri Comunali per spiegare ciò che si stava facendo nel Progetto e per ‘rivendicare’ quello che il Municipio stesso aveva dichiarato sull’importanza di quel luogo; sempre ascoltati e ringraziati, ma infelicemente non sempre arrivavano delle azioni concrete per aiutare il Progetto. Ma questo non ha mai influenzato negativamente sul cammino, ha sempre incentivato a non mollare e andare avanti.

    Concludendo, vorrei dire che per me il Progetto è stato, ed è, un luogo dove ho imparato a stare con i ragazzi, ho appreso quanto è necessario spendere tempo per dare possibilità educative alle nuove generazioni, e quanto tutto questo costruisce relazioni e rapporti che fanno crescere”.

  Domani, con Agdo e ir. Isabela, dentro la scelta di fare 2 giorni alla settimana fuori dalla Casa, andremo a visitare il monastero delle carmelitane di Bomfim, e poi mi preparerò per viaggiare per l’Italia, martedì prossimo, per partecipare del Capitolo dei Fratelli della Carità. Un saluto a tutti, un buon rientro dalle ferie, per chi ha avuto l’opportunità di farle, e speriamo che il caldo diminuisca. Atè breve, pe. Luis, irmão da Caridade e vosso irmão. 

giovedì 2 luglio 2026

RUY BARBOSA TRA FESTE E DELITTI

 



Ruy Barbosa 2/07/26

Ciao a tutti,                                                                                                                                                        siamo finalmente alla fine delle feste junine, una mistura di tradizioni culturali e feste religiose, dei santi che si celebrano in questo periodo; qui a Ruy Barbosa abbiamo avuto la trezena di Santo Antonio, patrono della città e della Diocesi; momento forte per la parrocchia che si è data da fare per potere celebrare con entusiasmo e allegria questo festegio tradizionale e molto sentito dalla gente. Il tema di quest’anno era la Chiesa, nei suoi vari aspetti, sinodale, santa, cattolica, apostolica, è mancato solo l’aspetto dell’essere chiesa povera tra i poveri, ma è un particolare quasi irrilevante…kkk.  Durante la trezena, il giorno della Dedicazione della Cattedrale, il 10 di giugno, sono stati ordinati due diaconi, che probabilmente diventeranno sacerdoti alla fine dell’anno, João Pedro, di Boa Vista de Tupim e Willar di Mundo Novo, motivo di allegria per questa chiesa locale che sta sempre più evidenziando un volto nordestino, baiano e sertanejo. Anche nella Casa della Carità abbiamo avuto momenti di festa, in modo particolare per san Giovanni, dove come tante famiglie, abbiamo acceso la fogueira e fatto un churrasco insieme ad amici e ospiti.        

     Queste feste hanno animato e scaldato il cuore di tante persone, qui nel nordeste, con canti, balli, forrò, quadrilhe, liquor, fogueiras nelle strade e l’allegria per come sta andando la Seleção nel percorso della Coppa del Mondo di calcio. 


Oltre alle bandierine messe nelle strade, davanti alle case e nelle piazze, ci sono anche tanti segni che richiamano ai colori della bandiera brasiliana, alcune strade sono state colorate di verde-oro, anche i marciapiedi hanno assunto un colore verde-oro e durante le partite della Seleção, tutto si ferma, anche le celebrazioni sono spostate o soppresse per potere assistere alla partita. 




Per noi italiani, ancora una volta esclusi da questa competizione, l’unica soddisfazione è che l’allenatore del Brasile è Ancellotti, italiano e reggiano; fino a quando vince, tutto bene, ma se dovesse essere eliminato, allora questa soddisfazione si trasformerà in tragedia e chi dovrà assumersi la responsabilità di una eventuale sconfitta sarà proprio lui. Ma passiamo adesso ad un’altra cosa che è successa proprio l’altro ieri, nel bairro Boa Vista, dove si trova la Casa della Carità: ecco quanto è successo. Secondo quanto riferito dal portale “Ruy Barbosa Notícias”,

Nella notte di martedì scorso (30/06/26), Wesley Alves dos Santos — noto a tutti come "Babidi" — è stato vittima di un agguato e ucciso a colpi d'arma da fuoco nel quartiere Manoel Antônio, vicino all'ingresso di Luiz de Véi, a Ruy Barbosa (periferia sud della città). Il crimine è stato compiuto da due uomini giunti a bordo di una motocicletta, i quali hanno aperto il fuoco. Wesley è stato trasportato d'urgenza all'ospedale locale, ma è deceduto a causa delle ferite riportate. La risposta delle forze dell'ordine è stata tempestiva. Nella mattinata di mercoledì (1/07), un'unità della CIPE Chapada (Compagnia Indipendente di Polizia Specializata, é una truppa di elite della Polizia Militare della Bahia), con il supporto della 2ª Compagnia dell'11º Battaglione della Polizia Militare (BPM), ha individuato due individui sospettati di essere direttamente coinvolti nell'omicidio di Wesley. Al loro arrivo sul posto, le squadre sono state accolte dal fuoco di tre individui. Secondo la polizia, i sospettati hanno opposto resistenza all'avvicinamento degli agenti, dando vita a un conflitto a fuoco. Durante lo scontro, i due uomini — successivamente identificati come Mateus e Alessandro detto "Boquinha" — sono stati colpiti da arma da fuoco; trasportati all'ospedale locale, sono poi deceduti. A seguito dell'intervento, gli agenti hanno sequestrato armi da fuoco, munizioni, ingenti quantità di sostanze riconducibili a cocaina e marijuana, nonché altro materiale collegato ad attività criminali. Tutto il materiale sequestrato è stato consegnato alla stazione di polizia territoriale di Ruy Barbosa per i provvedimenti di legge. 

Questo è il fatto, ma quello che sempre sorprende è che, al di là della colpevolezza o no, la Polizia ha il potere di intervenire e uccidere; saranno stati tre terribili delinquenti questi tre giovani? Avranno commesso dei reati gravi? Si, omicidio, (non provato che fossero stati loro) ma la Polizia non può usare questo metodo, cioè uccidere, simile a quello dei criminali. Ci si uccide per traffici di droga, per il traffico di persone, per mostrare la forza, ma non può essere lo stesso metodo che usa la Polizia. Dov’è la possibilità di un processo? Dov’è il tentativo di scoprire il motivo dell’agguato? Quali sono le condizioni che hanno spinto a fare questo? La polizia arriva, e uccide. Si dice nell’articolo che la Polizia è stata accolta dal fuoco dei tre individui; legittima difesa? Può essere, ma qui c’è un detto che dice così: “A mãe dá à luz uma criança, a avó cresce, a polícia a mata” (la mamma dà alla luce un figlio, la nonna lo cresce, la Polizia l’ammazza), duro, ma spesso è ciò che accade. E quello che mi stupisce sempre è che apparentemente si accetta questa situazione, si è quasi come rassegnati e impotenti, o, ancora peggio, indifferenti. Anche come chiesa non ci siamo mossi molto, stiamo a guardare, in silenzio e senza reazioni. Sono stato a benedire le salme, non c’era molta gente, ma sono rimasto sorpreso dal silenzio, dal modo come sono stati accompagnati al cimitero, senza nessun rumore, sussulto, una città muta. A volte mi sembra di essere in un film del Far West, dove lo sceriffo è il buono che risolve le situazioni con la rivoltella e il potere della stella, e gli altri sono i cattivi che devono essere eliminati per garantire la sicurezza della popolazione.

            Non voglio essere né giudice né colpevolizzare nessuno, ma questa situazione mi mette in forte confusione, mi destabilizza e mi fa pensare quanto siamo distanti dalla gente, quanto siamo fuori da situazioni che accadono molto vicino a noi; non che siamo noi a risolvere i problemi, ma mi chiedo: “quanto conosciamo la nostra nostra gente? Quanto riusciamo a capire e intendere quello che vivono?”. 

            Scusate lo sfogo, vi saluto e vorrei che, alla luce della Parola di Dio di questi giorni, possiamo combattere il male con il bene, praticare la giustizia e vivere in pace, facendo dei passi concreti di vicinanza, di incontro con chi spesso è dimenticato e sconosciuto. Um abraço fraterno, pe.Luis, irmão da Caridade e vosso irmão


venerdì 19 giugno 2026

Eucaristia e Idolatria

 




 

Luigi Gibellini

 

 

Ruy Barbosa, 5 de junho 26

S. Bonifácio, bispo e mártir 

 

            È terminata la solennità di Corpus Christi, e voltando a casa dopo la celebrazione in Cattedrale mi sono venuti dei pensieri strani e di rivolta, guardando come si usa l’Eucaristia, come si rischia di abusare del sacramento e del come si rende il sacramento simile all’idolo, al vitello d’oro,Tutto il popolo tolse i pendenti che ciascuno aveva agli orecchi e li portò ad Aronne. Egli li ricevette dalle loro mani e li fece fondere in una forma e ne ottenne un vitello di metallo fuso. Allora dissero: «Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto!» (Es. 32,3-4)  o come all’Arca dell’Alleanza che era ritenuta l’oggetto forte per sconfiggere gli avversari. “In quei giorni i Filistei si radunarono per combattere contro Israele. Allora Israele scese in campo a dar battaglia ai Filistei.   (...) «Perché ci ha percossi oggi il Signore di fronte ai Filistei? Andiamo a prenderci l'arca del Signore a Silo, perché venga in mezzo a noi e ci liberi dalle mani dei nostri nemici».  Il popolo mandò subito a Silo a prelevare l'arca del Dio degli eserciti che siede sui cherubini. (...)  I Filistei attaccarono battaglia, Israele fu sconfitto e ciascuno fu costretto a fuggire nella sua tenda. La strage fu molto grande: dalla parte d'Israele caddero tremila fanti.  In più l'arca di Dio fu presa e i due figli di Eli, Cofni e Pìncas, morirono.(1 Sam.4,1.3-4a.10-11)

            Il vitello d’oro diventa per gli Israeliti un modo per rendere visibile un Dio che li aveva liberati dall’Egitto ma che adesso non è più presente, non si vede; è scomparso anche Mosè che è il tramite tra Dio e il popolo; il popolo há bisogno di vedere, toccare, soddisfare i sensi, non bastano più le “Dieci Parole” date da Dio, non basta rispettare delle comandamenti, è necessario avere un contatto, poterlo possedere...di fronte a questa situazione, Dio manda di nuovo Mosè a riprendere il popolo dicendo: “Allora il Signore disse a Mosè: «Va, scendi, perché il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d'Egitto, si è pervertito” (Es. 32,7). Davanti alla situazione che si è creata, Dio avverte Mosè che sta succedendo qualcosa di insperato; la lontananza dal vero Dio provoca una ricerca di un ‘altro Dio’ che ci si costruisce con le proprie mani, con le cose che si hanno (orecchini e monili) e che si mettono insieme, come gesto di popolo unito, ma senza accorgersi che gli idoli da noi creati durano poco e sono un modo di disviare la nostra vita in una direzione più semplice e più facile da raggiungere. “Ecco il tuo Dio…” dice il popolo, ecco ciò che ci rappresenta, ecco ciò che va risolvere i nostri problemi, i nostri dubbi, le nostre paure…un dio che non parla, un dio che non ascolta, un dio che sembra potente ma che non riesce a comunicare, un dio sordo e muto. Ma sembra che il popolo voglia proprio questo, un dio che non dà problemi e che non crea problemi, che non chiede nulla e che è solo apparenza. Israele desidera un dio di questo tipo, che sia presente, ma che non interferisca nella vita.

            Nel testo di 1 Samuele, c’è un’altra modalità di abusare di Dio; pensare che l’Arca dell’Alleanza possa risolvere le guerre, i problemi e incutere timore negli altri; ma questo è molto pericoloso. Non si può usare Dio, non si può abusare della sua presenza, non si può pensare che Dio faccia quello che voglio io. Il popolo di Dio esperimenta questo. l’Arca dell’Alleanza non è un amuleto, non si usa per sconfiggere i nemici; l’insolenza degli ebrei non suscita in Dio l’aspetto sperato, anzi accade esattamente il contrario, gli ebrei sono sconfitti e l’Arca è presa dai Filistei.



            Ho cercato di vedere, attraverso il percorso del popolo di Israele, alcune prassi dove si manifesta una errata relazione con il sacro, con l’onnipotente, con il non visibile, ma riconosciuto come una potenza soprannaturale, che è Dio; un Dio che però non si lascia soggiogare dai nostri desideri o dalle nostre pretese.                                                                                                                                                  Questo mi sembra che possa avvenire anche con l’Eucaristia, ed in modo particolare con le Adorazioni Eucaristiche, che si tingono spesso di fanatismo, o di una forma inusuale di rapportarsi con il sacramento, che dovrebbe essere accolto e adorato, direi ancora di più, contemplato nel silenzio e nel rispetto. Voglio qui riportare un testo dell’omelia di San Giovanni XXIII nella canonizzazione di S. Martino di Porres che dice: “Avendo egli conosciuto che Cristo Gesù patì per noi e portò i nostri peccati nel suo corpo fin sul legno, percorse con particolare amore la via del crocifisso. E quando contemplava i suoi orribili tormenti, non poteva trattenersi dal piangere assai diffusamente. Amò pure con speciale affetto l’augustissimo sacramento dell’Eucaristia. Per questo, standosene in un luogo nascosto della chiesa, sostava per molte ore in adorazione dinanzi al tabernacolo. Dell’Eucaristia poi bramava nutrirsi con quanto più amore gli era possibile.”  Di fatto, Gesù dice ai suoi discepoli, mangiate e bevete, e se nella chiesa si è riconosciuto importante adorare il SS. Sacramento, che questo sia fatto con rispetto e attenzione; San Martino ‘sostava’, si fermava, guardava, contemplava, di nascosto, nel silenzio, per entrare in una relazione personale e singolare; non in forme eclatanti o eccentriche, ma di nascosto. Mi piace molto questo modo di porsi davanti al Signore, nel modo di piccoli, di coloro che si sentono inadeguati, ma capaci di riconoscere la grandezza dell’amore che si racchiude in quel piccolo pezzo di pane.



            Nel tempo attuale, mi sembra che questa logica si sia dimenticata, non attira più questo modo di porsi di fronte al sacramento, di accoglierlo come un momento personale di relazione e di ascolto, ma tutto si è trasformato in un momento dove chiediamo, cantiamo, tocchiamo, senza lasciare spazio a Colui che è presente in quel piccolo frammento di pane che ci richiama a una presenza reale di Lui, che ha desiderio di incontrarci e lasciarsi incontrare. Per questo che spesso mi sembra che questa modalità può diventare “idolatrica” come l’Arca dell’alleanza, o il vitello d’oro, usati per i propri interessi e abusati per quello che era invece, la modalità con la quale Dio voleva essere presente in mezzo al suo popolo. E una risposta che a volte mi viene data è che se si facesse in un modo differente, la gente non verrebbe; questo mi irrita ancora di più, perché sembra che le cose si facciano per attirare le persone, per avere gente, preoccupandosi di più dei numeri che dell’educare e dell’insegnare un modo giusto di porsi di fronte ella presenza di Dio. C’è bisogno della folla, dei numeri grandi, del chiedere una presenza significativa, senza però preoccuparsi del come si propongono le cose; mi viene in mente adesso, quando Gesù si propone come il ‘pane della vita’, e dove la gente, e anche i suoi, percepiscono che è un discorso duro e difficile da capire. E la risposta di Gesù è forte e provocatoria: “ Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno". Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao. Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: "Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?". Disse allora Gesù ai Dodici: "Forse anche voi volete andarvene?". Gli rispose Simon Pietro: "Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio" (Gv 6,58-60.67-69). Gesù non si preoccupa se ciò che sta dicendo è motivo di allontanamento della gente, e forse anche dei suoi apostoli, ma fa una proposta chiara e forte, senza avere la pretesa che la moltitudine che lo stava seguendo rimanesse accanto a lui. Non va alla ricerca dell’approvazione, del volere le moltitudini, del successo, ma chiede di credere, chiede di riconoscere in lui la novità del “pane” che disceso da cielo si presenta come vita donata e sacrificata. Questo fa paura, mette alla prova, perché poi, Gesù chiede agli apostoli di donare la vita e riconoscerlo, come fa Pietro, il luogo certo dove incontrare Dio (eucaristia, dove andremo…) e accoglierlo come colui che ha parole eterne, dove Lui stesso si rende Parola. 



            Poi, l’eucaristia non deve e non può essere vista come una cosa inaccessibile, tanto alta che diventa quasi una meta irraggiungibile; Papa Francesco nell’Evangeli Gaudium ci dice: L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma una generosa medicina e un alimento per i deboli.  Queste convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia. Di frequente ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa”. (n°47) Questo testo dove si parla di ‘medicina’ è preso da Sant’Ambrogio che diceva: “Devo riceverlo sempre, perché sempre perdoni i miei peccati. Se pecco continuamente, devo avere sempre una medicina» « Colui che mangiò la manna, morì; colui che mangia di questo corpo, otterrà il perdono dei suoi peccati” (De Sacramentis IV, VI, 28: PL 16, 464)  E San Cirillo di Alessandria: «Mi sono esaminato e mi sono riconosciuto indegno. A coloro che parlano così dico: e quando sarete degni? Quando vi presenterete allora davanti a Cristo? E se i vostri peccati vi impediscono di avvicinarvi e se non smettete mai di cadere - chi conosce i suoi delitti? dice il salmo - voi rimarrete senza prender parte della santificazione che vivifica per l’eternità̀? ». (Giov. Evang. IV, 2; PG 73, 584-585)

            Sono testi che ci aprono il cuore e che superano i limiti della nostra povertà e della nostra inadeguatezza; non si vuole sminuire il valore inestimabile del sacramento, ma mi sembra che questi santi ci aiutino ad aprire uno spazio che permetta di avere un’ottica grande verso la possibilità di nutrirsi e vivere. Chi è degno, o chi si sente degno? A volte, come sacerdote, mi sento molto indegno, per i miei limiti e i miei peccati, e dovrei astenermi dall’accostarmi all’eucaristia, ma nello stesso tempo mi sento accolto da quel Signore che non ha avuto paura e non ha giudicato i peccatori e i pubblicani, ma si è seduto con loro attorno alla mensa, e ha cenato con loro, senza chiedere a loro nessun cambiamento, ma facendoli sperimentare la misericordia, l’accoglienza e l’amore del figlio di Dio, che non è venuto solo per i giusti, ma per i peccatori e per chi ha bisogno di sentirsi amato e accolto e non essere giudicato e allontanato dalla mensa. (Mt 9,9-13)

            Spesso invece, ci limitiamo a rimanere soffocati dallo stato della persona, cioè non è sposato in chiesa (magari è accompagnato da 30 anni con una persona e ha 3 figli e il marito non vuole sposarsi…) o sta vivendo una relazione illegittima (di seconda unione…) o uno dei due appartiene ad un’altra religione e non vuole sposarsi; non entriamo nell’abito dell’omosessualità perché può diventare difficile da accogliere, però un altro campo dove non c’è possibilità di uscita al momento attuale. Tutte queste sono situazioni dove l’eucaristia è negata, non si può accedere al sacramento, e tanto più al sacramento della misericordia di Dio (Confessione), perché si è in un continuo stato di peccato. E si risolve la cosa dicendo che si può comunicare in modo spirituale…

            Ma io mi chiedo: “come può una persona vivere la propria fede se non si alimenta dell’eucaristia che ci permette di vivere eternamente?”.  Gesù ci dice che chi non mangia e non beve, muore, non ha la vita in sé, non può entrare nell’eternità. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo". (Gv 6,49-51) A volte diventiamo tanto legalisti e fissi sulla legge che ci dimentichiamo della persona, dell’uomo; Dio ci è venuto incontro inviando il Figlio, non per condannare ma perché tutti si sentano salvi attraverso di Lui; però continuiamo a mettere paletti, staccionate, reticolati che impediscono di avvicinarsi al sacro e alla vita.           

                                                                                   Concludo questa riflessione con l’aiuto di papa Francesco che dice: La Chiesa non può̀ fare a meno del polmone della preghiera, e mi rallegra immensamente che si moltiplichino in tutte le istituzioni ecclesiali i gruppi di preghiera, di intercessione, di lettura orante della Parola, le adorazioni perpetue dell’Eucaristia. Nello stesso tempo «si deve respingere la tentazione di una spiritualità̀ intimistica e individualistica, che mal si comporrebbe con le esigenze della carità̀, oltre che con la logica dell’Incarnazione». C’è il rischio che alcuni momenti di preghiera diventino una scusa per evitare di donare la vita nella missione, perché́ la privatizzazione dello stile di vita può̀ condurre i cristiani a rifugiarsi in qualche falsa spiritualità̀”. (EG 262) Papa Francesco ci richiama all’importanza della preghiera e dell’adorazione eucaristica, senza però correre il rischio che sia spiritualità intimista e staccata dalla missione e dal rifugiarsi in una falsa spiritualità.