venerdì 19 giugno 2026

Eucaristia e Idolatria

 




 

Luigi Gibellini

 

 

Ruy Barbosa, 5 de junho 26

S. Bonifácio, bispo e mártir 

 

            È terminata la solennità di Corpus Christi, e voltando a casa dopo la celebrazione in Cattedrale mi sono venuti dei pensieri strani e di rivolta, guardando come si usa l’Eucaristia, come si rischia di abusare del sacramento e del come si rende il sacramento simile all’idolo, al vitello d’oro,Tutto il popolo tolse i pendenti che ciascuno aveva agli orecchi e li portò ad Aronne. Egli li ricevette dalle loro mani e li fece fondere in una forma e ne ottenne un vitello di metallo fuso. Allora dissero: «Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto!» (Es. 32,3-4)  o come all’Arca dell’Alleanza che era ritenuta l’oggetto forte per sconfiggere gli avversari. “In quei giorni i Filistei si radunarono per combattere contro Israele. Allora Israele scese in campo a dar battaglia ai Filistei.   (...) «Perché ci ha percossi oggi il Signore di fronte ai Filistei? Andiamo a prenderci l'arca del Signore a Silo, perché venga in mezzo a noi e ci liberi dalle mani dei nostri nemici».  Il popolo mandò subito a Silo a prelevare l'arca del Dio degli eserciti che siede sui cherubini. (...)  I Filistei attaccarono battaglia, Israele fu sconfitto e ciascuno fu costretto a fuggire nella sua tenda. La strage fu molto grande: dalla parte d'Israele caddero tremila fanti.  In più l'arca di Dio fu presa e i due figli di Eli, Cofni e Pìncas, morirono.(1 Sam.4,1.3-4a.10-11)

            Il vitello d’oro diventa per gli Israeliti un modo per rendere visibile un Dio che li aveva liberati dall’Egitto ma che adesso non è più presente, non si vede; è scomparso anche Mosè che è il tramite tra Dio e il popolo; il popolo há bisogno di vedere, toccare, soddisfare i sensi, non bastano più le “Dieci Parole” date da Dio, non basta rispettare delle comandamenti, è necessario avere un contatto, poterlo possedere...di fronte a questa situazione, Dio manda di nuovo Mosè a riprendere il popolo dicendo: “Allora il Signore disse a Mosè: «Va, scendi, perché il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d'Egitto, si è pervertito” (Es. 32,7). Davanti alla situazione che si è creata, Dio avverte Mosè che sta succedendo qualcosa di insperato; la lontananza dal vero Dio provoca una ricerca di un ‘altro Dio’ che ci si costruisce con le proprie mani, con le cose che si hanno (orecchini e monili) e che si mettono insieme, come gesto di popolo unito, ma senza accorgersi che gli idoli da noi creati durano poco e sono un modo di disviare la nostra vita in una direzione più semplice e più facile da raggiungere. “Ecco il tuo Dio…” dice il popolo, ecco ciò che ci rappresenta, ecco ciò che va risolvere i nostri problemi, i nostri dubbi, le nostre paure…un dio che non parla, un dio che non ascolta, un dio che sembra potente ma che non riesce a comunicare, un dio sordo e muto. Ma sembra che il popolo voglia proprio questo, un dio che non dà problemi e che non crea problemi, che non chiede nulla e che è solo apparenza. Israele desidera un dio di questo tipo, che sia presente, ma che non interferisca nella vita.

            Nel testo di 1 Samuele, c’è un’altra modalità di abusare di Dio; pensare che l’Arca dell’Alleanza possa risolvere le guerre, i problemi e incutere timore negli altri; ma questo è molto pericoloso. Non si può usare Dio, non si può abusare della sua presenza, non si può pensare che Dio faccia quello che voglio io. Il popolo di Dio esperimenta questo. l’Arca dell’Alleanza non è un amuleto, non si usa per sconfiggere i nemici; l’insolenza degli ebrei non suscita in Dio l’aspetto sperato, anzi accade esattamente il contrario, gli ebrei sono sconfitti e l’Arca è presa dai Filistei.



            Ho cercato di vedere, attraverso il percorso del popolo di Israele, alcune prassi dove si manifesta una errata relazione con il sacro, con l’onnipotente, con il non visibile, ma riconosciuto come una potenza soprannaturale, che è Dio; un Dio che però non si lascia soggiogare dai nostri desideri o dalle nostre pretese.                                                                                                                                                  Questo mi sembra che possa avvenire anche con l’Eucaristia, ed in modo particolare con le Adorazioni Eucaristiche, che si tingono spesso di fanatismo, o di una forma inusuale di rapportarsi con il sacramento, che dovrebbe essere accolto e adorato, direi ancora di più, contemplato nel silenzio e nel rispetto. Voglio qui riportare un testo dell’omelia di San Giovanni XXIII nella canonizzazione di S. Martino di Porres che dice: “Avendo egli conosciuto che Cristo Gesù patì per noi e portò i nostri peccati nel suo corpo fin sul legno, percorse con particolare amore la via del crocifisso. E quando contemplava i suoi orribili tormenti, non poteva trattenersi dal piangere assai diffusamente. Amò pure con speciale affetto l’augustissimo sacramento dell’Eucaristia. Per questo, standosene in un luogo nascosto della chiesa, sostava per molte ore in adorazione dinanzi al tabernacolo. Dell’Eucaristia poi bramava nutrirsi con quanto più amore gli era possibile.”  Di fatto, Gesù dice ai suoi discepoli, mangiate e bevete, e se nella chiesa si è riconosciuto importante adorare il SS. Sacramento, che questo sia fatto con rispetto e attenzione; San Martino ‘sostava’, si fermava, guardava, contemplava, di nascosto, nel silenzio, per entrare in una relazione personale e singolare; non in forme eclatanti o eccentriche, ma di nascosto. Mi piace molto questo modo di porsi davanti al Signore, nel modo di piccoli, di coloro che si sentono inadeguati, ma capaci di riconoscere la grandezza dell’amore che si racchiude in quel piccolo pezzo di pane.



            Nel tempo attuale, mi sembra che questa logica si sia dimenticata, non attira più questo modo di porsi di fronte al sacramento, di accoglierlo come un momento personale di relazione e di ascolto, ma tutto si è trasformato in un momento dove chiediamo, cantiamo, tocchiamo, senza lasciare spazio a Colui che è presente in quel piccolo frammento di pane che ci richiama a una presenza reale di Lui, che ha desiderio di incontrarci e lasciarsi incontrare. Per questo che spesso mi sembra che questa modalità può diventare “idolatrica” come l’Arca dell’alleanza, o il vitello d’oro, usati per i propri interessi e abusati per quello che era invece, la modalità con la quale Dio voleva essere presente in mezzo al suo popolo. E una risposta che a volte mi viene data è che se si facesse in un modo differente, la gente non verrebbe; questo mi irrita ancora di più, perché sembra che le cose si facciano per attirare le persone, per avere gente, preoccupandosi di più dei numeri che dell’educare e dell’insegnare un modo giusto di porsi di fronte ella presenza di Dio. C’è bisogno della folla, dei numeri grandi, del chiedere una presenza significativa, senza però preoccuparsi del come si propongono le cose; mi viene in mente adesso, quando Gesù si propone come il ‘pane della vita’, e dove la gente, e anche i suoi, percepiscono che è un discorso duro e difficile da capire. E la risposta di Gesù è forte e provocatoria: “ Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno". Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao. Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: "Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?". Disse allora Gesù ai Dodici: "Forse anche voi volete andarvene?". Gli rispose Simon Pietro: "Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio" (Gv 6,58-60.67-69). Gesù non si preoccupa se ciò che sta dicendo è motivo di allontanamento della gente, e forse anche dei suoi apostoli, ma fa una proposta chiara e forte, senza avere la pretesa che la moltitudine che lo stava seguendo rimanesse accanto a lui. Non va alla ricerca dell’approvazione, del volere le moltitudini, del successo, ma chiede di credere, chiede di riconoscere in lui la novità del “pane” che disceso da cielo si presenta come vita donata e sacrificata. Questo fa paura, mette alla prova, perché poi, Gesù chiede agli apostoli di donare la vita e riconoscerlo, come fa Pietro, il luogo certo dove incontrare Dio (eucaristia, dove andremo…) e accoglierlo come colui che ha parole eterne, dove Lui stesso si rende Parola. 



            Poi, l’eucaristia non deve e non può essere vista come una cosa inaccessibile, tanto alta che diventa quasi una meta irraggiungibile; Papa Francesco nell’Evangeli Gaudium ci dice: L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma una generosa medicina e un alimento per i deboli.  Queste convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia. Di frequente ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa”. (n°47) Questo testo dove si parla di ‘medicina’ è preso da Sant’Ambrogio che diceva: “Devo riceverlo sempre, perché sempre perdoni i miei peccati. Se pecco continuamente, devo avere sempre una medicina» « Colui che mangiò la manna, morì; colui che mangia di questo corpo, otterrà il perdono dei suoi peccati” (De Sacramentis IV, VI, 28: PL 16, 464)  E San Cirillo di Alessandria: «Mi sono esaminato e mi sono riconosciuto indegno. A coloro che parlano così dico: e quando sarete degni? Quando vi presenterete allora davanti a Cristo? E se i vostri peccati vi impediscono di avvicinarvi e se non smettete mai di cadere - chi conosce i suoi delitti? dice il salmo - voi rimarrete senza prender parte della santificazione che vivifica per l’eternità̀? ». (Giov. Evang. IV, 2; PG 73, 584-585)

            Sono testi che ci aprono il cuore e che superano i limiti della nostra povertà e della nostra inadeguatezza; non si vuole sminuire il valore inestimabile del sacramento, ma mi sembra che questi santi ci aiutino ad aprire uno spazio che permetta di avere un’ottica grande verso la possibilità di nutrirsi e vivere. Chi è degno, o chi si sente degno? A volte, come sacerdote, mi sento molto indegno, per i miei limiti e i miei peccati, e dovrei astenermi dall’accostarmi all’eucaristia, ma nello stesso tempo mi sento accolto da quel Signore che non ha avuto paura e non ha giudicato i peccatori e i pubblicani, ma si è seduto con loro attorno alla mensa, e ha cenato con loro, senza chiedere a loro nessun cambiamento, ma facendoli sperimentare la misericordia, l’accoglienza e l’amore del figlio di Dio, che non è venuto solo per i giusti, ma per i peccatori e per chi ha bisogno di sentirsi amato e accolto e non essere giudicato e allontanato dalla mensa. (Mt 9,9-13)

            Spesso invece, ci limitiamo a rimanere soffocati dallo stato della persona, cioè non è sposato in chiesa (magari è accompagnato da 30 anni con una persona e ha 3 figli e il marito non vuole sposarsi…) o sta vivendo una relazione illegittima (di seconda unione…) o uno dei due appartiene ad un’altra religione e non vuole sposarsi; non entriamo nell’abito dell’omosessualità perché può diventare difficile da accogliere, però un altro campo dove non c’è possibilità di uscita al momento attuale. Tutte queste sono situazioni dove l’eucaristia è negata, non si può accedere al sacramento, e tanto più al sacramento della misericordia di Dio (Confessione), perché si è in un continuo stato di peccato. E si risolve la cosa dicendo che si può comunicare in modo spirituale…

            Ma io mi chiedo: “come può una persona vivere la propria fede se non si alimenta dell’eucaristia che ci permette di vivere eternamente?”.  Gesù ci dice che chi non mangia e non beve, muore, non ha la vita in sé, non può entrare nell’eternità. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo". (Gv 6,49-51) A volte diventiamo tanto legalisti e fissi sulla legge che ci dimentichiamo della persona, dell’uomo; Dio ci è venuto incontro inviando il Figlio, non per condannare ma perché tutti si sentano salvi attraverso di Lui; però continuiamo a mettere paletti, staccionate, reticolati che impediscono di avvicinarsi al sacro e alla vita.           

                                                                                   Concludo questa riflessione con l’aiuto di papa Francesco che dice: La Chiesa non può̀ fare a meno del polmone della preghiera, e mi rallegra immensamente che si moltiplichino in tutte le istituzioni ecclesiali i gruppi di preghiera, di intercessione, di lettura orante della Parola, le adorazioni perpetue dell’Eucaristia. Nello stesso tempo «si deve respingere la tentazione di una spiritualità̀ intimistica e individualistica, che mal si comporrebbe con le esigenze della carità̀, oltre che con la logica dell’Incarnazione». C’è il rischio che alcuni momenti di preghiera diventino una scusa per evitare di donare la vita nella missione, perché́ la privatizzazione dello stile di vita può̀ condurre i cristiani a rifugiarsi in qualche falsa spiritualità̀”. (EG 262) Papa Francesco ci richiama all’importanza della preghiera e dell’adorazione eucaristica, senza però correre il rischio che sia spiritualità intimista e staccata dalla missione e dal rifugiarsi in una falsa spiritualità.  

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