sabato 30 maggio 2026

Chiesa che annuncia il Vangelo e non che distribuisce sacramenti

 




Luigi Gibellini

 

 

E’ uno degli aspetti che sempre hanno attraversato il percorso della Chiesa lungo i secoli, dove spesso si pensava che l’azione evangelizzatrice era strettamente legata alla sacramentalizzazione, ai sacramenti dell’Iniziazione Cristiana (Battesimo-Comunione-Crisma) senza ricordarsi che l’invio fatto da Gesù ai discepoli, prima di salire al cielo, era legato strettamente all’annuncio del Vangelo, in tutte le direzioni. Il vangelo di marco si conclude con l’invio dei discepoli: “E disse loro: "Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato”(Mc 16,15-16) e si capisce bene che la priorità dell’invio è sull’annuncio, sul predicare il vangelo, sull’andare in tutto il mondo e proclamare la buona notizia ad ogni creatura, in qualsiasi luogo si incontra, in qualsiasi situazione sociale vive, senza scegliere, ma lasciarsi condurre dal desiderio di approssimarsi di tutti. E questo annuncio è gratuito, il vangelo non può diventare moneta di scambio, e anche i sacramenti non possono diventare motivo di lucro. Papa Francesco avverte dicendo: Lo so, alcune volte io ho visto, non qui a Roma, ma in un’altra parte, una lista di prezzi. Ma come i sacramenti si pagano? No, ma è un’offerta. Ma se vogliono dare un’offerta, che devono darla, che la mettano nella cassa delle offerte, di nascosto, che nessuno veda quanto dai. Anche oggi c’è questo pericolo: Ma dobbiamo mantenere la Chiesa. Sì, sì, sì, davvero. Che la mantengano i fedeli ma nella cassa delle offerte, non col listino prezzi. E questo succede anche oggi, mettendo in guardia dal pericolo che le nostre chiese divengano un mercato”. (Meditazione mattutina nella cappella di S. Marta ‘i sacramenti non hanno prezzo 9/11/2018)                                                                                                                            L’annuncio del vangelo há un’altra caratteristica fondamentale, che è la ‘Gratuità’, cioè si annuncia non per fare proseliti, ma con la gratuità con la quale anche noi abbiamo ricevuto la bellezza della bella notizia, e anche qui papa Francesco ci aiuta dicendo: "Gratuitamente ho ricevuto e gratuitamente devo dare". L'annuncio non parte da noi, ma dalla bellezza di ciò che abbiamo ricevuto gratuitamente, senza merito: incontrare Gesù, conoscerlo, scoprire che siamo amati e salvati.  È un dono così grande che non possiamo tenerlo per noi, sentiamo il bisogno di diffonderlo, ma con lo stesso stile, cioè liberamente. [...] Questo è il motivo dell'annuncio. Uscire e portare la gioia di ciò che abbiamo ricevuto.". "Cosa annunciare? Gesù dice: "Andate e annunciate che il regno dei cieli è vicino". È questo che bisogna dire, innanzitutto e sempre: Dio è vicino. Non dimentichiamolo mai. La vicinanza è una delle cose più importanti di Dio. Ci sono tre cose importanti: la vicinanza, la misericordia e la tenerezza". La modalità con la quale annunciare il Vangelo diventa fondamentale, e diventa credibile nel momento stesso che le parole si fondono con la vita, con la testimonianza, con l’attenzione all’altro; un buon predicatore del Vangelo non può essere solo un buon oratore, ma diventa indispensabile congiungere l’arte oratoria con la coerenza della vita. Continua papa Francesco: Come annunciare: con la nostra testimonianza". Questo è l'aspetto su cui Gesù elabora maggiormente: come annunciare, qual è il metodo, quale deve essere il linguaggio per annunciare. È significativo: ci dice che la forma, lo stile essenziale è nella testimonianza. La testimonianza non coinvolge solo la mente e il dire qualcosa, i concetti: no. Coinvolge tutto, mente, cuore, mani, tutto, i tre linguaggi della persona: il linguaggio del pensiero, il linguaggio dell'affetto, linguaggio dell'azione. (Catechesi 7/9/23)                                                                                                                                                       Nell’inizio del suo mandato, papa Francisco scrive l’Esortazione Apostolica “Evangelii Gaudium”, sulla spinta evangelizzatrice che deve avere la Chiesa odierna, nell’avere la consapevolezza di uscire dalle comodità per arrivare alle periferie; ma nel capitolo terzo, “L’ANNUNCIO DEL VANGELO” ci indica su che cosa è fondata l’evangelizzazione dicendo: Tutta l’evangelizzazione è fondata sulla Sacra Scrittura, ascoltata, meditata, vissuta, celebrata e testimoniata. La Sacra Scrittura è fonte dell’evangelizzazione. Pertanto, bisogna formarsi continuamente all’ascolto della Parola. La Chiesa non evangelizza se non si lascia continuamente evangelizzare. È indispensabile che la Parola di Dio « diventi sempre più il cuore di ogni attività̀ ecclesiale». e li rende capaci di un’autentica testimonianza evangelica nella vita quotidiana. Abbiamo ormai superato quella vecchia contrapposizione tra Parola e Sacramento. La Parola proclamata, viva ed efficace, prepara la recezione del Sacramento, e nel Sacramento tale Parola raggiunge la sua massima efficacia”. (EG 174)                                                                                                                                   Papa Francesco insiste sulla centralità della parola di Dio che è fonte dell’evangelizzazione; mi sembra che attualmente la “Parola” sia una delle cose dimenticate, direi quasi, abbandonate, si fa fatica capire dove è stata collocata, in che meandri sai stata messa, sotto quanta polvere sta riposando. L’appello di Francesco richiama alla Lettura Orante, dove la Parola deve essere ASCOLTATA, quindi trovare il tempo per mettersi all’ascolto, non dei tanti falsi profeti di oggi, ma della Parola che si fa Carne, che viene ad abitare tra noi; poi va MEDITATA, cioè farla scendere in profondità, lasciare macerare questa Parola in noi; poi questa parola deve essere VISSUTA, deve diventare visibile, se deve percepire che questa Parola trasforma la mia vita, deve diventare vita; poi Francesco continua con un verbo liturgico, deve essere CELEBRATA, deve trasformarsi in Liturgia, cioè azione sacra, ma ancora di più, deve essere un tempo continuo, che permane nel mio vivere e poi conclude con TESTIMONIATA, cioè diventare una parola vivente. Una Parola che ancora una volta deve parlare con gesti, con azioni, con una visibilità che rende ragione di ciò che crediamo.             Continuando, papa Francesco ci richiama a riconoscere che non soltanto dobbiamo essere annunciatori e portatori del vangelo alle persone che incontriamo sul nostro cammino, ma ci invita a riconoscerci come persone e come chiesa, coinvolte in una azione contraria, cioè non soltanto dobbiamo evangelizzare, ma dobbiamo essere evangelizzati, essere soggetti di evangelizzazione da parte delle categorie più povere, dai poveri stessi, che incarnano la presenza del vangelo in mezzo a noi. Per questo scrive: “Per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. Dio concede loro ‘la sua prima misericordia’. (...) Per questo desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro. La nuova evangelizzazione è un invito a riconoscere la forza salvifica delle loro esistenze e a porle al centro del cammino della Chiesa. Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro”. (EG 198)                                                                                              L’altra cosa fondamentale che deve sempre essere chiara e, ancora di più vissuta, è lo stretto legame tra Evangelizzare-Sacramenti-Comunità. Sono tre componenti che non possono essere slegati, non possono mancare nel processo di evangelizzazione e di sacramentalizzazione. Quello che accade troppo spesso nel percorso catechetico è che i sacramenti sono legati ai catechesi, ma non entrano nel percorso di vita comunitaria. Si vedono gruppi grandi di ragazzi e di adolescenti che partecipano dei momenti di formazione catechetica, ma poi pochissimi che vivono una vita di comunità attiva, c’è uno slegamento tra la formazione e la vita comunitaria, tanto che poi dopo aver ricevuto il sacramento spariscono dalla comunità, perché già da prima era così. Papa Francesco in una catechesi ci dice:  “I Sacramenti esprimono e realizzano un’effettiva e profonda comunione tra di noi, poiché in essi incontriamo Cristo Salvatore e, attraverso di Lui, i nostri fratelli nella fede. I Sacramenti non sono apparenze, non sono riti, ma sono la forza di Cristo; è Gesù Cristo presente nei Sacramenti. (...) Pertanto, se da un lato è la Chiesa che “fa” i Sacramenti, dall’altro sono i Sacramenti che “fanno” la Chiesa, la edificano, generando nuovi figli, aggregandoli al popolo santo di Dio, consolidando la loro appartenenza”. (UDIENZA GENERALE  6 novembre 2013) Papa Francesco afferma che i sacramenti esprimono una profonda comunione nella comunità, che non sono Riti, ma la forza di Cristo, e che i sacramenti fanno la Chiesa, la edificano, aggregandoli al popolo santo di Dio, che è la comunità cristiana. Se questo non avviene, manca un passaggio importante. È sempre un argomento delicato questo rapporto Comunità-Sacramenti, perché si rischia di chiudere o diventare i controllori e doganieri dei Doni di Dio, ma è altrettanto vero, che rischiamo di diventare un supermercato dove chi viene prende e poi se ne va, senza assumersi nessuna responsabilità e tanto meno, rischiare di non fare nessuna esperienza di encontro personale com Cristo.                                                                                                                                 E qui sorge una nuova domanda: “che tipo di comunità presentiamo alla gente?”. Siamo comunità attraente o che allontanano? Siamo comunità che manifestano l’amore fraterno o che disanimano? Siamo comunità che si lasciano guidare dall’amore e dall’ascolto della Parola o siamo imbibiti di un tradizionalismo che uccide e allontana, o forma cristiani con una fede superficiale? Sono domande che debbono avere delle risposte o per lo meno, che suscitino dei dubbi e delle preoccupazioni. Le prima comunità cristiane si riconoscevano non per la maglietta con su scritto ‘sono cattolico’, ma perché si amavano e manifestavano la presenza dello Spirito che formava profeti, maestri e apostoli. (At                                                                                                                                               Voglio mettere qui un sogno che è stato pensato, approfondito, gustato e scritto dopo un cammino fatto nelle parrocchie dove ho vissuto come parroco per 7 anni, e che ha dato un poco di impulso alla vita dei nostri animatori e collaboratori. Qui è scritto il sogno, che poi si è concretizzato in alcune azioni concrete fatte nelle varie comunità. Ed ecco la proposta: “Sogniamo una Comunità che parte ed attinge dalla Parola, ascoltata insieme nell’Eucarestia e celebrata nella vita; che abbia la capacità di sognare grande, perché il sogno non è illusione, ma è ciò che ci permette di superare il limite e  attraversare le soglie delle porte per entrare in relazione con l’esterno della Comunità. Una comunità che non ha paura dei piccoli numeri, non autoreferenziale, ma che sente il bisogno di tutti, arricchendosi del contributo di ciascuno.

  Sogniamo una Comunità missionaria, aperta e alimentata dalle relazioni; relazioni che devono superare i propri schemi, i propri confini, senza pregiudizi,

dando speranza e usando delicatezza. Una comunità capace di stare, di esserci, di accogliere, di esercitarsi nell’ospitalità.   

  Sogniamo una comunità scomoda, che abbia qualcosa da dire a tutti, che aiuti a superare i confini, che sappia visitare le periferie esistenziali e geografiche ed i luoghi dove allenarsi al servizio e all’incontro col povero.  Scomoda perché impara a fidarsi anche degli altri e non solo di sé stessa; scomoda perché apprende dal Vangelo, che è scomodo, la gioia di accogliere l’altro, di superare dei paradigmi vecchi, di affrontare il cambiamento e di fare sentire “comodi” tanti che per vari motivi si sono allontanati.

  Sogniamo una Comunità che sia simile alla “Bottega di Giuseppe”, dove nel silenzio possiamo raccontare le nostre confidenze; dove con pazienza possiamo costruire cose che non sono dettate dalla fretta o dalla produttività, ma dal bisogno di incontrarsi e di condividere la vita; dove possiamo sperimentare la gioia “pulita” dei poveri e dove la gioia sia la dinamica che costruisce relazioni”. (UP 60)

 

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